Durante una conversazione, quando ci si trova in imbarazzo su qualche
argomento, si ricorre solitamente a un diversivo, si cambia discorso, si
tenta di parlare d'altro per distogliere l'attenzione e la discussione
dall'argomento che potrebbe creare problemi.
Anche nel discorso pubblico della politica il diversivo trova spesso la sua applicazione.
Lo ha dimostrato in questi giorni il presidente di Regione Lombardia
Roberto Maroni, che ha imboccato la strada del diversivo per tentare di
sviare l'attenzione mediatica che si stava facendo insistente e
impertinente sulle sue vicende giudiziarie. Cose di poco conto, dirà
qualcuno, al cospetto di scandali ben più gravi come Roma Capitale o la
richiesta di arresto di un senatore in casa NCD, ma l'immagine del
governatore e la sua autorevolezza rischiavano di subirne un grave
pregiudizio.
La vicenda giudiziaria, comunque, continua e rischia di provocare un
grattacapo di nome Severino a Maroni che le tenta tutte pur di non far
parlare i media di sms, intercettazioni e deposizioni varie sul caso
Paturzo.
Ma veniamo ai diversivi.
Il primo, a dire il vero abbastanza vago e ancora informe, è il reddito
di cittadinanza o di inclusione o di autonomia. La definizione deve per
forza di cose essere generica, così come sono state le parole spese da
Maroni in consiglio regionale sull'argomento. Il governatore spiega di
avere un tesoretto da 500 milioni di euro tra fondi europei e quattrini
spuntati da un bilancio regionale che fino a qualche mese fa sembrava
privo di qualsiasi risorsa. Quando tenta però di illustrare le
caratteristiche del provvedimento, non dice granché, limitandosi ad
elencare idee già proposte da altri negli ultimi anni e chiedendo
l'aiuto di tutte le forze politiche in consiglio per individuare la
misura giusta da applicare in Lombardia a partire dal prossimo mese di
ottobre. Tanto fumo, magari anche profumato, ma poco arrosto.
Ma il fuoco di sbarramento più rumoroso è quello che Maroni ha lanciato
sull'immigrazione diffidando il governo dall'invio di nuovi profughi in
Lombardia, minacciando i comuni che intendessero offrire la
disponibilità ad ospitarne qualcuno e scrivendo ai prefetti per avere
collaborazione nel controllo sanitario degli immigrati.
Le ha sparate un po' grosse il governatore, ma l'obiettivo non era certo
di ottenere qualcosa di diverso rispetto a qualche titolo di giornale
che distogliesse l'attenzione dalla sua vicenda su nomine e
raccomandazioni.
L'ufficio propaganda di Maroni è da mesi impegnato a pieno regime nel
tentativo di coprire l'inerzia e l'inconcludenza del presidente, ma
questa volta ha davvero pescato dal mazzo il carico pesante nella
speranza che possa sparigliare il gioco.
L'impressione è che Maroni sia sempre più in difficoltà nel gestire la
sua litigiosa maggioranza e che punti tutto, sotto la copertura del
fuoco di sbarramento, sulla possibile approvazione prima dell'estate di
qualche provvedimento simbolico, tipo la riforma sanitaria.
Basterà per mettere in sicurezza il suo ruolo in attesa delle decisioni della magistratura?
Difficile dirlo. Ma difficile anche che i lombardi se la bevano.
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