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18 ottobre 2020

ANGELO MATTAVELLI, LA VIA DELLA MEMORIA

Il 9 ottobre 2020 presso l'Auditorium Giampiero Cavenago si è tenuta la presentazione del nuovo libro di Maurizio Leoni e Daniela Mattavelli, rispettivamente presidente e membro del direttivo dell'Associazione Culturale Amici di Sant'Ambrogio.

L'opera, dal titolo "ANGELO MATTAVELLI, LA VIA DELLA MEMORIA", ripercorre la storia del nostro concittadino sulbiatese arrestato e deportato nel campo di concentramento tedesco di Mauthausen nel 1945 e nel cui ricordo, il 26 gennaio 2020, è stata posata all'esterno del Comune di Sulbiate la Pietra d'Inciampo a memoria delle vittime della follia nazista. 

Il libro sarà in vendita per un periodo limitato presso il Minimarket Leoni a Sulbiate oppure scrivendo o telefonando all'Associazione.

Era presente il Presidente dell'ANED - Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti - sezione di Sesto San Giovanni, il Sig. Giuseppe Valota, figlio di Guido, anche lui deportato e ucciso a Mauthausen.

La storia di Angelo Mattavelli è diventata anche una ballata grazie a un pronipote, Lorenzo Cambiaghi, che ha scritto una canzone che racconta la vicenda soprattutto dal punto di vista di Vittoria, la sorella, che ogni giorno della sua vita gli ha rivolto un pensiero.


10 luglio 2019

L’uomo che cura le torture. Bisturi contro il Medio Evo

Massimo Del Bene ricostruisce le mani al San Gerardo di Monza. I pazienti sono migranti scappati dagli orrori dei lager libici. Aprirà un centro per le vittime di guerra
di Francesco Battistini - Corriere della Sera.it

Ci pensi spesso? «Sì». Se potessi tornare indietro? «Non so se lo rifarei». Ne valeva la pena? Silenzio. Per chi si chiede se è proprio vero che li torturano, questi migranti. Per chi pensa che la loro sia una pacchia infinita. Per chi butta lì che va beh, alla fine sono loro che se la cercano. Per tutti varrebbe fermarsi un attimo. E guardare le mani di Mohammed D., un ghanese che oggi vive a Como: sfasciate, tagliate, rattrappite. Sono la sua carta d’identità. Dicono più dei suoi documenti, dei racconti, dei 24 anni che porta in faccia. «Vivevo nella zona occidentale del Ghana, una mamma già anziana, quattro fratelli. Non avevo nient’altro. Sono partito nel 2013 e dopo un mese sono entrato in Libia. Non sapevo che ne sarei uscito conciato così…». Un anno e mezzo a Sebha e a Tripoli, il degrado assoluto: «Io non ero un criminale. Però mi hanno messo dentro. E picchiato, tutti i giorni. Le guardie libiche mi prendevano a pietrate le mani. Con un coltello di quelli che si usano per sgozzare gli animali, mi hanno tagliato la destra. Per lasciarmi andare, volevano che la mia famiglia pagasse. Mi sono salvato solo perché sono fuggito. Ho preso un barcone. Sono arrivato in Italia. E ho trovato il Dottore…».