22 dicembre 2010

INTERVISTA A VELTRONI.


"RIPARTIAMO DAL PARTITO DEMOCRATICO".

"Cinque grandi idee, e poi chi ci sta discuta con noi".




d. Siamo davvero a una fase cruciale per il futuro della nostra democrazia?

r. “Siamo in una fase drammatica. Non ricordo una fase precedente nella quale si sia verificata la coincidenza di tanti elementi di crisi. Oggi li abbiamo tutti assieme: la debolezza e la fragilità della maggioranza che, sommate all'arroganza, creano una condizione pericolosa; una crisi sociale molto forte, anche molto più forte di come la si avverte nel dibattito pubblico: la rivolta degli studenti ne è una testimonianza drammatica; la crisi del rapporto tra cittadini e politica con un riemergere prepotente della questione morale in termini forse più acuti del tempo della denuncia di Berlinguer; la difficoltà di far emergere un'alternativa credibile che restituisca ragioni alla speranza e renda visibile la possibilità di uscire dal tunnel”.

d. E in più il timore che Berlusconi possa vincere ancora?

r. “Sì, il pericolo è reale. Proprio per questo se Berlusconi, dopo aver ottenuto la fiducia, facesse una specie di autosfiducia, istituto fino a ora sconosciuto alla democrazia italiana, la conseguenza non dovrebbe essere un automatico ritorno alle urne. In proposito condivido totalmente quanto ha detto Napolitano: le elezioni, in questa fase economica e finanziaria delicatissima, sarebbero un salto nel buio, un rischio mortale per la democrazia. E una vittoria di Berlusconi dischiuderebbe la strada a esiti devastanti, tra i quali c'è anche il pericolo dello snaturamente del ruolo del Quirinale come arbitro e garante dell'unità nazionale. Ma di certo Berlusconi non può pensare d'essere il padrone dell'Italia, non può accendere e spegnere la luce a suo piacimento. Se si autosfiduciasse ci vorrebbe un governo forte, sostenuto da un ampio consenso nel Paese e perciò capace di affrontare l'emergenza”.

d. Ma ormai non è affatto detto che esistano le condizioni per farlo questo governo.

r. “Sì. Ma insisto: il primo obiettivo per le forze responsabili è evitare le elezioni nell'interesse dell'Italia. Dobbiamo fare di tutto per spingere il Paese verso questa prospettiva. E, per esempio, nel caso di autosfiducia, sottolineare con forza l'anomalia di un simile passaggio.

d. E anche attrezzarsi per far fronte all'inevitabile accusa di ribaltonismo?

r. “Il ribaltonismo non c'entra. Non ho mai pensato a nulla di simile ma a un governo di larghe intese, sul modello di quello di Ciampi".

d. Ma se si andasse al voto?

r. “Allora il Partito democratico non potrebbe fare altro che assolvere al suo ruolo storico. investire su cinque grandi idee e vedere chi su queste idee vuole convergere. La domanda che dobbiamo porci è per quale motivo siamo nati come partito. E la risposta è che siamo nati per essere un'alternativa al centrodestra dal punto di vista programmatico, dei valori, del modo di governare. Il Pd è nato per essere il cuore di quella stagione riformista che l'Italia non ha mai conosciuto a parte brevi episodi come il primo governo di centrosinistra e il primo governo Prodi. Su questa prospettiva, nelle elezioni del 2008, abbiamo conquistato il 34 per cento dei voti. E' la 'vocazione maggioritaria' che è la stessa cosa dell Partito democratico. Se il Pd perde questa ambizione inevitabilmente rifluisce”.

d. Un attimo fa ha detto: in caso di elezioni il Pd deve elaborare un programma forte e poi vedere chi ci sta. E' uno schema analogo a quello che pochi giorni fa è stato illustrato da Bersani. Vede in questo un ritorno alla vocazione maggioritaria?

r. "Se lo è davvero va reso esplicito. Deve essere chiaro che si tratta di una correzione di rotta. Per ora vedo prevalere un'oscillazione di posizioni che mi sembra nascere da un vizio originario: la prevalenza della tattica sulla strategia, l'inseguimento di alleanze piuttosto che l'investimento sulle possibilità grandi del Pd. Il rischio si sta appalesando in questi giorni. Un giorno guardiamo a Vendola, un altro a Casini e così rischiamo di sbattere contro un muro. Non possiamo perdere la nostra ambizione e cercare affannosamente alleanze con forze che non le vogliono. Non possono esserci alleanze strumentali. Ci si allea non solo per vincere ma per cambiare.

d. Ma vale sempre, anche quando la democrazia è in pericolo?

r. “Credo che a maggior ragione in una situazione di questa gravità dobbiamo parlare all'Italia e ritrovare noi stessi. Dobbiamo evitare di riproporre lo schema, perdente, del 1994. Questo significa ripresentare un Pd aperto, fresco, nuovo, capace di parlare della vita delle persone. La precarietà dei giovani è una bomba atomica, paragonabile alle più feroci ingiustizie della storia come lo sfruttamento e l'emigrazione. L'insicurezza sociale è un delitto che non può avvenire senza reazione. Intendo dire che il rischio che la reazione diventi rivolta è molto forte”.

d. Diceva che la 'correzione di rotta' andrebbe esplicitata.

r. “Sì, perché alla vocazione maggioritaria abbiamo rinunciato. Ed è stato rimesso in discussione il bipolarismo, si comincia a dubitare delle primarie si sono messi sostanzialmente in discussione gli architravi del Partito Democratico. Il Pd deve essere centrosinistra, se no rischia di non essere appetibile neanche per le alleanze con le quali si spera di sostituire la vocazione maggioritaria,. Mi spiego: se perdi il centrosinistra, il centro non si allea. E non essere di centrosinistra rende minoritaria l'alleanza con Di Pietro e Vendola. Voglio essere ancora più chiaro: se il Pd fosse quello del 2008 alleato con Vendola potrebbe avere la maggioranza. Oggi mi pare molto più difficile. Ho già detto che mi è dispiaciuto che Bersani da Fazio non abbia mai usato la parola 'democratico'. Per me non c'è nulla più di sinistra del voler cambiare le cose. Di certo non si è di sinistra in base a una sorta di autocertificazione. Conosco gente 'di sinistra' che ha concezioni inaccettabili del potere e della politica.

d. Torniamo alle primarie. Bersani non dice di volerle abolire ma regolamentare. E, quanto a quelle di coalizione, dice che non possono essere imposte alla coalizione.

r. “Nello schema di un partito a vocazione maggioritaria le primarie sono di partito. Quelle di coalizione sono uno strumento che va governato attraverso il mutuo convincimento nella ricerca del candidato che meglio può garantire unità e consenso”.

d. Anche questo, in effetti, lo dice Bersani.

“Sì, il punto è che deve essere chiaro, al di là di ogni dubbio, che le primarie sono la regola del Pd. Lo devono essere al punto che il Pd dovrebbe battersi per introdurre le primarie per legge, come un obbligo democratico che regoli la vita interna di tutti i partiti. E' un ragionamento semplice: se i partiti godono del finanziamento pubblico devono dotarsi di regole democratiche al loro interno”.

d. Lei era segretario e si è dimesso. Ora a quanto pare è tornato.

r. “Non ci si dimette dall'impegno civile. Non si può rinunciare a dare il proprio contributo di idee. Ma non a tutti è chiaro. Quando abbiamo elaborato il documento dei 75 si è scatenato un putiferio assurdo, figlio di una concezione del partito sbagliata. Anche nel Pci Berlinguer, Napolitano e Ingrao avevano idee diverse e non le tenevano segrete. E poi se guardo al contenuto di quel documento e leggo l'intervista recente di Bersani, ritrovo molte di quelle cose, quel reclamare un cambiamento di rotta”.

d. Parlava della campagna elettorale del 2008. tra i candidati c'era anche Calearo. Rosy Bindi non ha mancato di ricordarlo...

r. “Mi è molto dispiaciuto. In primo luogo perché Rosy Bindi è il presidente del partito e più di ogni altro dovrebbe tutelare e rappresentare tutti. Quelle candidature furono votate all’unanimità e ho ritrovato una dichiarazione di allora della Bindi che diceva “Calearo capolista funziona; è uno verace, non costruito, ci sa stare in squadra”. Mi sarebbe piaciuto che il presidente del partito ricordasse davanti a milioni di spettatori che il Pd ha saputo garantire l’impegno di più di trecento parlamentari. E che la percentuale di abbandono del mandato originale è inferiore a quello di tutti gli altri gruppi. Calearo si è dimostrato una persona pessima, anche dal punto di vista umano. Quando lo candidammo era presidente degli industriali veneti e, in una regione dove eravamo scesi al 15%, bisognava recuperare consenso. Operazione che riuscì visto che risalimmo di oltre dieci punti. Il Pd allora voleva dare il senso della sua identità e portare in Parlamento industriali e operai, piccoli imprenditori e intellettuali cercando di trasmettere il senso di una forza maggioritaria, capace di rivolgersi all’intero paese. Così scegliemmo Boccuzzi, operaio Thyssen, o Umberto Veronesi, o Gianrico Carofiglio, o Sangalli e Fioroni, rappresentanti della media impresa. Non è stato solo Calearo a non votare la sfiducia. Anche altri due parlamentari eletti dal Pd, e non certo proposti da me. Calearo si è dimostrato una scelta sbagliata. E anche se il suo voto non è stato determinante ciò che ha fatto è insopportabilmente meschino. Penso però a quante forze sane negli anni abbiamo portato in Parlamento. Mi piace citare, tra gli altri, Rosa Calipari, Sabina Rossa, Olga D’Antona, Daria Bonfietti. Scelte nelle quali credo di aver avuto un ruolo”.

d. L'unità del Pd è in pericolo?

r. “No. Non lo è. L'unità dipende dalla capacità di ascolto e di interloquire con le diverse culture. E' quanto da parte mia continuerò a fare. Il 22 gennaio torneremo al Lingotto per proporre al Partito democratico una nuova frontiera del riformismo italiano. Non un programma generico ma cinque idee fortemente innovative che implicano scelte impegnative. Ripeto. Scelte impegnative, non una generica lista di propositi”

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