24 novembre 2011

La nota del mattino del 24 novembre 2011

1. EURO IN TEMPESTA. LA LINEA DEI TEDESCHI E DELLE DESTRE EUROPEE STA PORTANDO TUTTI AL DISASTRO. LO DICONO I PRINCIPALI ECONOMISTI LIBERALI , DA TABELLINI A GIAVAZZI E ALESINA.
Dopo il fallimento di una’asta dei Bund tedeschi in emissione ieri, nell’editoriale di Handesblatt, autorevole quotidiano tedesco, oggi si può leggere: “Saremo costretti a scegliere tra la peste e il colera”. La peste sono gli eurobond, titoli pubblici emessi dall’intera Europa a copertura dei debiti dei singoli Stati; il colera è la possibilità che la Banca centrale europea sia autorizzata a fare come fa la Federal Reserve Usa o la Banca d’Inghilterra, cioè fare da prestatore di ultima istanza verso gli Stati.
Basta questo a spiegare quanto danno stiano facendo la sordità della Germania agli interessi dell’Europa (e degli stessi tedeschi che dal fallimento dell’euro rischiano di avere contraccolpi durissimi) e la ferrea posizione tenuta dai governi di centrodestra per frenare egoisticamente l’evoluzione verso una compiuta unificazione anche politica dell’Europa che hanno governato in Europa negli ultimi anni. Scrivono Francesco Giavazzi e Alberto Alesina oggi su Il Corriere della Sera: “Ieri i titoli di Stato austriaci a dieci anni rendevano oltre 1,6 punti percentuali più degli analoghi titoli tedeschi. L`Austria ha un debito inferiore di dieci punti a quello della Germania: nessuno quindi pensa che i suoi titoli siano più a rischio di quelli tedeschi. Quel differenziale riflette il timore che l`euro si spacchi e l`incertezza su che cosa accadrebbe all`Austria: adotterebbe il Deutsche Mark o ritornerebbe allo scellino? L`euro è sull`orlo dell`abisso”.
Guido Tabellini, rettore della Bocconi, su Il Sole 24 Ore spiega con dovizia di particolari il momento drammatico che sta vivendo l’Europa e gli errori commessi. “Come in molti avevano previsto, le decisioni U prese nell`ultimo vertice europeo di poche settimane fa si sono rivelate del tutto inadeguate ad arrestare la crisi. Cosa fare per interrompere il dilagare della sfiducia? La risposta ufficiale dei politici tedeschi è: dovete rimettere in ordine i conti pubblici e riformare l`economia. Non c`è dubbio che ciò vada fatto; è impensabile che i Paesi del Sud Europa escano dalla crisi se non riescono a recuperare la capacità di crescita e a risanare la finanza pubblica. Ma sarà sufficiente tutto questo? Ormai è sempre più evidente che la risposta è negativa. Le riforme nazionali sono una condizione necessaria ma non sufficiente per arrestare la crisi. La ragione è che la sfiducia non riguarda più il singolo paese, ma l`intera zona euro. Ormai si è diffusa la convinzione che le fondamenta stesse dell`euro sono viziate da un difetto costitutivo. In tutti i Paesi avanzati, la banca centrale ha il compito di tutelare la stabilità finanziaria, agendo da prestatore di ultima istanza. La Bce questo compito può svolgerlo solo a metà: essa può offrire liquidità alle banche in difficoltà, ma non può farlo nei confronti degli Stati dell`euro. Il risultato è che i Paesi ad alto debito pubblico sono lasciati in balia dei mutamenti di umore dei mercati. Fino a che la fiducia dura, tutto va bene. Se per qualche ragione la fiducia vacilla, il peso del debito diventa presto insostenibile. Questo problema è aggravato da un secondò grave difetto nelle fondamenta dell`euro: la politica monetaria è stata centralizzata, ma la supervisione bancaria è rimasta una competenza nazionale. E oggi le autorità di supervisione non si fidano più l`una dell`altra. La sfiducia è così diffusa, che i supervisori nazionali impongono alle banche di non trasferire liquidità fuori dal loro
Paese, per non trovarsi esposte nell`eventualità che la crisi degeneri. Siamo arrivati al paradosso di avere una moneta unica, con 17 mercati bancari e del debito pubblico segmentati dai confini nazionali, che praticano tassi di interesse diversi alla loro clientela. Una situazione del genere non può durare a lungo. È difficile immaginare un ritorno della fiducia se questi difetti costitutivi non sono corretti. Bisogna ammettere che abbiamo sbagliato. Le istituzioni monetarie dei Paesi avanzati sono il frutto di una lenta e graduale evoluzione, di processi di prova ed errore in seguito ad eventi quali la grande recessione degli anni 3o e gli shock inflazionistici degli anni 70.1 padri fondatori dell`euro sono stati troppo ambiziosi: essi hanno disegnato al tavolino un sistema particolarmente innovativo, e poi lo hanno blindato in un trattato internazionale. Ora stiamo scoprendo che, nelle circostanze estreme scatenate dalla crisi finanziaria del 2008, il sistema non riesce più a funzionare. È giunto il momento di ammetterlo, dichiarando apertamente che il trattato va rivisto. L`asta di titoli di stato tedeschi che ieri è rimasta invenduta è l`ultima conferma di quanto diffusa sia ormai la sfiducia. Ma paradossalmente, questo evento potrebbe aiutare a sbloccare la situazione, per due ragioni. Primo, perché ha reso evidente a tutti che, nonostante la sua retorica, la Bundesbank di fatto continua ad agire come prestatore di ultima istanza quanto meno in via temporanea nei confronti dello Stato tedesco. I titoli non venduti in asta infatti sono stati assorbiti dalla Bundesbank, che da sempre svolge questo ruolo per garantire la liquidità dei titoli tedeschi. Secondo, perché potrebbe anticipare il momento in cui anche la Bce si convince che la stabilità finanziaria, e non la stabilità dei prezzi, è la sfida su cui si gioca la sopravvivenza della moneta unica. Se anche la banca centrale tedesca è costretta a comprare il debito del suo Stato, vuol dire che è davvero giunto il momento di una svolta nella politica monetaria. Non solo tagliando più decisamente i tassi di interesse, ma anche generalizzando l`acquisto di titoli di Stato in una politica di quantitative easing analoga a quella adottata tempo addietro dalla Federal Reserve americana per sostenere l`economia e immettere liquidità. I prossimi mesi (e forse le prossime settimane) saranno cruciali per capire se vi sarà una svolta nell`impostazione e nelle fondamenta della politica monetaria europea. Se questo non accadrà, la crisi è destinata ad aggravarsi”.

2. OGGI MONTI INCONTRA MERKEL E SARKOZY. IMPEGNI ITALIANI E IMPEGNI EUROPEI.
Il presidente del consiglio italiano, Mario Monti, incontra oggi Merkel e Sarkozy. Si parlerà delle misure che L’Italia sta per prendere in vista del pareggio di bilancio da raggiungere nel 2013 (che le misure prese dal governo Berlusconi non sono in grado di realizzare) e degli interventi per rilanciare l’economia italiana.
Nell’incontro verranno affrontati anche i temi di cui parla Tabellini nel suo articolo di oggi su Il Sole 24 Ore e cioè la necessità di fare presto a costruire un baluardo europeo contro la tempesta che sta travolgendo l’euro.

3. ACCORDO MONTI- FINI – SCHIFANI PER ACCORCIARE I TEMPI. E BLINDARE IL GOVERNO. A GENNAIO LA TAGLIOLA.
Incontro ieri tra il presidente del Consiglio, Mario Monti, e i presidenti della Camera, Gianfranco Fini, e del Senato, Renato Schifani. Obiettivo: accelerale i tempi per varare le misure e blindare il governo. Secondo Massimo Franco, editorialista de Il Corriere della Sera, la corsa contro il tempo è finalizzata a rafforzare il governo in vista della sentenza della Corte Costituzionale sull’ammissibilità del referendum elettorale a gennaio. Una scadenza oltre la quale potrebbe crescere il desiderio di andare al voto. Massimo Franco non lo dice, ma in questo caso a voler andare al voto sarebbe il Pdl.

4. BERSANI SPIEGA LA LINEA DEL PD IN QUESTA FASE. INTERVISTA ALL’AGENZIA INTERNAZIONALE REUTERS.
di Massimiliano Di Giorgio e James Mackenzie. ROMA, 23 novembre (Reuters) - Il sostegno del Pd al governo di Mario Monti non serve soltanto a "tirare l'Italia fuori dai guai" ma è anche un "investimento politico" per il principale partito di centrosinistra, che non chiede una ricetta "dolce", ma "ragionevole ed equa". Lo ha detto oggi in un'intervista a Reuters il segretario democratico Pier Luigi Bersani, secondo cui il nuovo esecutivo in Parlamento non avrà bisogno di ricorrere spesso al voto di fiducia, perché il Parlamento sarà "responsabilizzato”. Ieri il presidente del Consiglio è volato a Bruxelles per incontrare i vertici dell'Unione europea, domani sarà a Strasburgo per discutere col presidente francese Nicolas Sarkozy e col cancelliere tedesco Angela Merkel. "Credo sia evidente che con questo governo stiamo riprendendo, anche in queste ore, il nostro posto in Europa", commenta Bersani, 60 anni, alla guida del Partito democratico dalla fine del 2009.
Nonostante l'atteso varo del nuovo governo, però, il differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi ha continuato a segnare picchi - in sintonia del resto con quelli di altri Paesi - e la borsa ha chiuso spesso col segno negativo: "Mi aspetto che questa operazione di fiducia abbia un suo 'progress' che non dobbiamo misurare ad horas, ma su percorso che ragionevolmente intanto deve arrivare di qui a fine anno con anche una serie di misure e di interventi", dice il leader democratico. "Sappiamo che ci aspetta un lavoro, un impegno. Credo che la comunità internazionale debba leggere questo colpo di reni [la nascita del nuovo governo in otto giorni] come la volontà di mettersi al lavoro".
"LA POLITICA HA FATTO UN PASSO AVANTI"
Per Bersani, che nell'ultimo anno ha ripetuto quasi tutti i giorni la richiesta all'ex premier Silvio Berlusconi di "fare un passo indietro", il governo tecnico guidato dall'ex commissario europeo e presidente della Bocconi non è una ritirata della politica. Al contrario, "la politica ha fatto un passo avanti", e la formula dell'esecutivo tecnico "serve a sostenere meglio quello che si fa".
Del resto, aggiunge, "siamo a un anno e qualche mese dalle elezioni", come a dire che tra non molto la guida del Paese tornerà direttamente ai partiti. Non a caso, dice, dopo governi tecnici come quello Ciampi o quello Dini, negli anni 90, "c'è stato un rilancio della politica".
RIFORME CHE CHIEDE LA UE, "MA CON NOSTRE RICETTE"
Bersani non teme che l'Italia - terza economia della zona euro - sia sulla strada della Grecia, che, secondo la banca centrale ellenica è alla sua ultima chance per restare nell'area della moneta unica. E non crede che i partiti italiani potrebbero vedersi costretti, come quelli greci, ad assicurare per iscritto alla Ue che sosterranno le misure di austerity a cui si è impegnato il nuovo governo di coalizione.
"Noi, con tutto il rispetto, non siamo la Grecia sia su basi strutturali, sia sull'andamento corrente della finanza pubblica. Una personalità come Monti ci consentirà di dire: i compiti a casa li facciamo. Tante cose che ci hanno suggerite le sappiamo, le faremo anche con le nostre ricette".
"Siamo assolutamente pronti ad assumere le condizioni fondamentali [del patto con la Ue]: il pareggio di bilancio, la crescita, ma credo che nelle prossime settimane si vedrà che l'Italia, come è successo altre volte, è in condizione di assolvere a quelle condizioni con un suo criterio".
"Non serve mettere delle firme, si andrà in Parlamento e si vedrà", dice Bersani. E se il leader dei centrosinistra riconosce che per il momento il problema è quello di "togliere l'Italia fronte più esposto della crisi", aggiunge che successivamente bisognerà intervenire sui problemi che ha la Ue, perché "lì vogliamo dire anche la nostra".
L'ESECUTIVO TECNICO E' "UN INVESTIMENTO POLITICO"
Nei sondaggi elettorali, il Pd è considerato oggi come la prima forza politica del Paese, ma gli analisti si interrogano se il sostegno a un "governo dei sacrifici" non potrebbe fargli perdere troppi consensi.
Bersani ammette che "avremo problemi", ma dice al tempo stesso che sostenere Monti "per noi è addirittura investimento politico".
"Se la convinzione popolare [nel sostegno al governo Monti, secondo i sondaggi)] è stata così larga, non è perché la gente si aspetti dei regali. La gente si aspetta equità e verità. Da equità e verità viene fuori la fiducia", dice l'ex ministro dello Sviluppo economico del secondo governo Prodi.
"Il meccanismo del consenso [in questa fase] non è legato a quanto sia dolce la ricetta, ma quanto sia ragionevole ed equa", dice. "Vedo la durezza dei problemi, ma non dal lato del consenso. Sempre che i 'pacchetti' di cui parla Monti abbiano un carattere di equilibrio, diano l'idea di uno sforzo comune dove chi ha di più deve dare di più".
BERSANI VEDE POCHI VOTI DI FIDUCIA IN PARLAMENTO PER MONTI
Pur potendo contare ufficialmente su una larghissima base in Parlamento, dove solo la Lega e alcuni esponenti politici del centrodestra gli hanno votato contro, il nuovo governo potrebbe correre però il rischio di confrontarsi con gruppi e sottogruppi dissidenti intenzionati a "trattare" sulle varie misure o a votare contro.
Ma Bersani ritiene che non ci sia il rischio di un ricorso frequente alla fiducia, come avvenuto soprattutto nell'ultima fase del governo Berlusconi.
"Credo che questo sarà un governo dove i voti di fiducia - che non dico che non verranno usati, magari per ragioni tecniche - come tema scompariranno dall'orizzonte, perché il Parlamento si sentirà più protagonista, più responsabilizzato".
Sulla partita dei sottosegretari del nuovo governo, che lo stesso Monti annuncerà nei prossimi giorni e che per il Pdl devono essere comunque "tecnici", Bersani dice che il Pd "ha dei consigli, se richiesti", e che vedrebbe bene per l'incarico "anche figure di esperienza politica, purché non siano parlamentari".
E alla domanda se il Pd intenda fissare i tempi di una verifica per vedere se l'operato del governo risponda alle aspettative, il segretario dice che bisogna "subito consolidare sui conti pubblici l'approccio all'obiettivo del pareggio di bilancio" per vedere "eventuali debolezze" delle precedenti manovre, sia per considerare l'andamento economico.

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