20 dicembre 2011

La nota del mattino del 20 dicembre 2012.


1. FASE DUE. SCOPPIA UN INCENDIO SULL’ARTICOLO 18. BERSANI: INUTILE DISCUTERE SU COSE CHE ANCORA NON SONO EMERSE. BINDI: PRIMA DI TUTTO GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI. MARINI: DISCUSSIONE ASSURDA.
Prima ancora che si sia aperto un tavolo sul tema del lavoro, è scoppiato l’incendio sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Il ministro Elsa Fornero, sollecitata da Il Corriere della Sera, aveva detto che non è la priorità, ma non è un tabù. Il segretario della Cgil, Susanna Camusso, sollecitata da Il Corriere della Sera, ha risposto a muso duro. Lo stesso ministro Fornero, sempre sollecitata da Il Corriere della Sera, si è detta stupita di parole così dure. Ed è scoppiato l’incendio. Gli oltranzisti dell’abolizione dell’articolo 18, che albergano in tutte le forze politiche, Pd compreso, vorrebbero un immediato pronunciamento di tutti a favore del superamento dell’articolo 18. I sindacati si sono schierati a difesa dell’articolo 18. Gran parte dello stesso Pd si è detto convinto da subito che il problema non è questo.
Al di là dello scontro che si è creato con l’interessato intervento de Il Corriere della Sera, quotidiano che non ha mai nascosto di considerare un avanzamento verso la civiltà l’introduzione della libertà di licenziamento, per ora ci sono al primo posto: a) la volontà del governo di affrontare la riforma del mercato del lavoro con la partecipazione delle forze sociali (dichiarazione esplicita di Monti, Fornero e Passera); b) l’obiettivo di ridurre le forme del precariato; la volontà di affrontare il tema degli ammortizzatori sociali, assai carenti in Italia e senza i quali anche solo parlare di flexsecurity – come ha detto lo stesso ministro Fornero – sarebbe impossibile; c) la necessità di trovare diversi miliardi di euro per sostenere la relativa spesa, che in parte sarebbe a carico dello Stato e in parte a carico degli imprenditori (che dietro il paravento delle posizioni di facciata non sono però pronti ad aprire i cordoni della borsa).
Da qui, anche le dichiarazioni rilasciate ieri dal segretario nazionale del Pd, Pier Luigi Bersani e rivolte a tutti. “Roma, 19 dic. (TMNews) - E' inutile parlare adesso di articolo 18 e mercato del lavoro, non esiste ancora una proposta del Governo e il Paese deve ancora "digerire scelte pesanti", ovvero la manovra appena votata dalla Camera. Il segretario Pd Pier Luigi Bersani, intervistato dall'agenzia televisiva Vista, ha risposto così sul mercato del lavoro: "Non c`è ancora nulla, inutile adesso mettersi a discutere su cose che non sono ancora emerse. Abbiamo avuto già settimane molto complicate, sono state fatte scelte difficili che il paese deve valutare, digerire... scelte un po` pesanti. Credo che possiamo farci il Natale con un pò di serenità e poi ricominciare a lavorare".
Nei giorni scorsi Bersani aveva detto: “Sono stati persi centinaia di migliaia di posti di lavoro. La riforma della previdenza ha allungato l’età per andare in pensione. Il primo problema da affrontare sarà quello degli ammortizzatori sociali”. Un tema rilanciato dal presidente del Pd, Rosy Bindi, in un’intervista con l’Unità.
Da L’Unità. Intervista con Franco Marini. “Non so se il governo ha capito che l`articolo
18 non ha alcuna influenza sull`occupazione e l`arrivo di investimenti esteri qui in Italia.
Forse quando aprirà il tavolo di confronto con le forze sociali se ne renderà conto». E poi gli sfugge un sorriso amaro. «Assurda, la trovo una discussione assurda. Si parla di questo per non parlare del problema vero». Un grande piano per le politiche del lavoro, questo è il problema, per Franco Marini (ex ministro del Lavoro nonché segretario della Cisl a metà degli anni Ottanta), che ieri leggendo le dichiarazioni di leader politici, sindacali e ministri, ci ha tenuto a mettere qualche paletto. Presidente, discussione inutile o ideologica quella sull`articolo 18? «Io non ho difficoltà ad aprire una discussione sul mercato del lavoro, ma facciamola partendo dalle reali necessità. La trattativa sulle politiche del lavoro va fatta con grande serietà e pragmatismo per la possibilità di rilanciare la crescita della produttività del lavoro, una delle ragioni del ristagno dell`economia italiana e una delle cause per cui non arrivano investimenti stranieri. Ed è normale che un governo chiamato in carica per battere la decadenza economica del Paese si ponga il problema». Che secondo lei non è l`articolo 18. «Non è l`articolo 18 non perché sono io a sostenerlo: quell`articolo tutela il singolo lavoratore nelle aziende con più di 15 dipendenti e non c`entra niente con i licenziamenti e le riduzioni di personale legati a crisi economiche e ristrutturazioni delle stesse. L`articolo18 di cui tanto si discute ha un unico limite: quello di essere stato caricato di forte valenza ideologica e oggi qualcuno fa finta di dimenticare che è mirato a tutelare i licenziamenti individuali. In questi giorni mi sono documentato su quanti lavoratori si sono rivolti alla magistratura per essere reintegrati proprio sulla base dell`articolo 18. Sa quanti sono stati nel 2010? Meno di mille. Le sembra questo il problema?». Da dove dovrebbe iniziare il governo per riformare il mercato del lavoro, allora? «Si dovrebbe integrare il percorso delle crisi aziendali e gli esuberi previsti dalla legge 223 del 1991». Una legge che porta la sua firma... «Per fare quella legge condussi da ministro del Lavoro una difficile trattativa con i sindacati e con Confindustria e trovai un punto di equilibrio. Prima di allora la cassintegrazione aveva di fatto una durata illimitata. Io convocai Confindustria e fui chiaro: "mettiamo un tetto alla cig, introduciamo la mobilità con la quale si rescinde il rapporto di lavoro, ma voi dovete accettare le condizioni di questa legge". E la 223 in tutti questi anni ha consentito di gestire le crisi di medie e grandi aziende senza mai obiezione alcuna né dei sindacati né dei datori di lavoro. Ha funzionato bene, con il limite che si rivolge solo ad aziende con più di 15 dipendenti». La ministra Fornero è tornata a parlare del contratto unico. «È evidente che oggi occorre una riforma che allarghi la copertura degli ammortizzatori sociali ai lavoratori senza alcuna garanzie e allenti la rigidità in uscita. In Senato il Pd ha depositato due propote sul contratto unico: una è quella di Ichino e una porta la prima firma di Nerozzi. Io mi ritrovo molto in questa ultima che prevede una fase di ingresso nel lavoro di tre anni durante i quali il contratto può anche risolversi, ma dopo i quali scatta il tempo indeterminato e con esso l`applicazione dell`articolo 18 ai vecchi e ai nuovi contrattualizzati. E questa è la differenza tra la proposta Nerozzi e quella Ichino, che invece fa una distinzione». Fabrizio Cicchitto, Pdl, sostiene che a chiedere di rivedere l`articolo 18 è la Ue. «Ma che vuol dire? Lo sa, visto che si prende sempre la Germania ad esempio, che lì c`è una legislazione molto simile al nostro articolo 18? In Germania il datore di lavoro può licenziare per giusta causa ma poi davanti al giudice la deve dimostrare la giusta causa, altrimenti il lavoratore viene reintegrato». Marini però non è che bisogna andare nel Pdl per trovare i sostenitori della revisione dell`articolo 18. Anche nel Pd ce ne sono, a partire da (chino, appunto. Dicono che non può essere un tabù. «I tabù non piacciono neanche a me ed è naturale che nel Pd su cose di questo rilievo si discuta. L`ostacolo per la ripresa non è l`articolo 18 ma la eccessiva incertezza connessa alla spaccatura del mercato del lavoro. Completiamo la 223, poniamo fine a questa irragionevole frammentazione dei contratti che è diventata uno strumento per evitare, anche quando ci sono le condizioni per farlo, l`assunzione a tempo indeterminato». Lei in un`intervista all`Unità lo scorso agosto invocava l`unione dei sindacati, che è arrivata oggi "grazie" alla manovra. Qualcuno l`ha definito un miracolo di Monti. «I miracoli risolvono i problemi e qui mi sembra che non ci siamo ancora. Certo, vedere le tre sigle confederali muoversi insieme mi fa un grande piacere. Capisco chi parla, in polemica con il governo, di miracolo di Monti, però anche i sindacati...». Se la prende con Cgil, Cisl e Uil? «No, non me la prendo con loro, ma quando dicono no al contratto unico poi hanno il dovere di andare al tavolo della trattativa per dire quale è la loro proposta per superare la spaccatura del mercato del lavoro».
2. DRAGHI RICORDA CHE NEL 2012 SCADRANNO OLTRE 500 MILIARDI DI TITOLI IN EUROPA. E RIPRENDONO FORTI LE TENSIONI SUI MERCATI .
Ieri il governatore della Banca centra europea, Mario Draghi, ha fatto il punto sulle attese per il 2012, la situazione del sistema bancario e dei debiti sovrani. I mercati sono subito finiti in fibrillazione. Lo spread tra Btp e Bund è prima risalito oltre quota 500 per poi tornare a 492.
Da Il Sole 24 Ore. Dall’articolo di Beda Romano. “Il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha avvertito ieri che nel 2012 le pressioni sul mercato obbligazionario, a causa delle necessità di rifinanziamento delle banche e dei Paesi, saranno «veramente molto, molto significative, se non addirittura senza precedenti». Il contesto economico, segnato da un circolo vizioso tra bilanci bancari e debiti sovrani, è stato definito «molto incerto». Parlando ieri pomeriggio qui a Bruxelles davanti alla Commissione affari economici del Parlamento europeo, Draghi ha ricordato che le banche sono responsabili nella zona euro di circa 1`80% del finanziamento alle famiglie e alle imprese. In questo senso, ha spiegato che la Bce farà tutto il possibile «per evitare una stretta creditizia».
Il termine «credit crunch» significa raziona mento del credito. Si arriva al «credit crunch» quando le banche, per vari motivi, erogano meno finanzia menti alle imprese e alle famiglie. E anche quando prestano denari applicando tassi d`interesse sempre più elevati. Insomma: il «credit crunch» è la chiusura, anche parziale, del rubinetto del credito. Situazione che crea gravi problemi alle imprese e che, di conseguenza, può provocare un avvitamento di una crisi economica. di riferimento all`1 per cento. Nel primo trimestre del 2012, secondo il banchiere centrale, vengono a scadere 230 miliardi di obbligazioni bancarie, 250-300 miliardi di titoli pubblici, e più di 200 miliardi di debito a collaterale. Proprio questa settimana la Bce lancerà operazioni di rifinanziamento a tre anni per aiutare gli istituti di credito della zona euro (la cui esistenza ieri Draghi ha definito «irreversibile»). Nel corso del suo intervento, il banchiere centrale non ha dato indicazioni nuove sulle sue controverse acquisizioni di titoli pubblici sul mercato. Ha ribadito che il programma non è «né infinito né eterno», ma non ha voluto segnalare una particolare accelerazione. La questione è al centro del dibattito europeo di queste settimane. Molti osservatori credono che la Bce dovrebbe fare di più per assicurare la stabilità finanziaria”.

3. DALL’UE A 17 150 MILIARDI AL FONDO MONETARIO. MA L’EUROPA SENZA LONDRA NON E’ PIU’ UN CASO ISOLATO.
I ministri finanziari europei decidono di finanziare il Fondo monetario internazionale perché questi possa sostenere i paesi in difficoltà in attesa che entri in funzione il Fondo europeo Salva Stati. Ma Londra ancora una volta ha deciso di dire no.
Da La Repubblica. Articolo di Alberto D’Argento. “Londra dice ancora di "no" e l`Europa deve ridimensionare le sue ambizioni per salvare l`euro dal tracollo. Nella teleconferenza di ieri sera tra i ministri delle Finanze dell`Ue (Eco fin) è arrivato il via libera ai prestiti bilaterali al Fondo monetario internazionale, ma dei 200 miliardi di euro che i leader europei avevano annunciato nel summit dello scorso 9 dicembre ne sono arrivati solo 150. Pesa la retromarcia dei britannici: dopo il rifiuto del premier David Cameron ad entrare nell`Unione fiscale - il nuovo Trattato che stringe le maglie sui conti pubblici per rinforzare la credibilità. L`Italia contribuirà con 23 miliardi, la Germania con 4 I. Si cerca l`appoggio anche di Cina e Usa dell`eurozona di fronte ai mercati - ieri è stato il Cancelliere dello Scacchiere George Osborne a ritirare la disponibilità di Downing Street a prestare soldi all`istituzione di Washington. Scelta che pesa sugli equilibri finanziari europei, visto che al momento manca ancora quello scudo Ue (firewall) che protegga i paesi come Italia e Spagna nel mirino dei mercati (il rafforzamento del fondo salva-Stati è al palo) e l`Unione fiscale sarà varata il prossimo marzo con effetti benefici che arriveranno solo nel medio periodo. Ecco perché i leader avevano deciso di passare dall`Fmi, rinforzando il capitale per permettergli di intervenire nel caso di un nuovo salvataggio in stile Grecia e tranquillizzare i mercati sulla tenuta dei debiti sovrani di Eurolandia (Italia e Spagna in testa). Ma nel corso della conference call di ieri Osborne ha spiegato che Londra «non contribuirà a nulla che favorisca solo i paesi dell`eurozona», facendo venire meno i 30 miliardi britannici. Così i prestiti bilaterali arriveranno solo dai governi della moneta unica per un totale di 150 miliardi. A parziale consolazione degli europei il presidente dell`Eurogruppo, Jean Claude Juncker ha annunciato che quattro Paesi Ue esterni alla zona euro - Repubblica Ceca, Danimarca, Polonia e Svezia - hanno indicato la loro volontà a rafforzare l`Fmi. La Ue ha anche rivolto un appello al resto del mondo a seguirne l`esempio…”
4. NORD COREA. LA MORTE DEL DITTATORE E I NUOVI PERICOLI.
Da L’Unità. Articolo di Ugo Papi. “La morte di Kim Jong-il, il dittatore nord coreano, accende di nuovo i riflettori sull`ultimo impenetrabile Paese comunista figlio della guerra fredda. La Corea del Nord è rimasta ostinatamente isolata dal resto del mondo e rappresenta ancora una meteora fuori controllo in un quadro geopolitico di enorme importanza e delicatezza. Con la sconfitta nipponica del 1945, i sovietici occuparono la parte settentrionale del Paese insediando un governo comunista mentre gli americani rimasero a sud, imponendo un governo amico. Il giovane ufficiale comunista Kim il Sung, nel 1950 invase il Sud scatenando una guerra che fece un milione e mezzo di morti solo tra i civili e portò il mondo sull`orlo di una catastrofe atomica. Dal allora, era il 1953, la storia della Corea del Nord è quella di un Paese chiuso al mondo, nelle mani di un dittatore che ha spinto il culto della personalità a vertici mai raggiunti prima, neanche da Stalin o da Mao. I giovani nordcoreani vanno a scuola da cinquant`anni marciando e cantando le lodi del "Grande Leader". Nelle università generazioni di studenti si laureano in "Kim il Sung pensiero". Il villaggio natale del leader è stato spostato nella capitale Pyongyang ed è oggetto di un pellegrinaggio semi-religioso. Mentre i «cugini» del Sud diventavano una delle grandi economie asiatiche, i nordcoreani via via precipitavano in una disperata condizione economica, soprattutto dopo la caduta dell`impero sovietico e il venir meno degli aiuti del blocco comunista. Nel 1994 Kim Jong-il ha preso il posto del padre ai vertici del partito e dello Stato, inaugurando la prima dinastia comunista al mondo. Nel frattempo il popolo è precipitato in un incubo di miseria e di fame: si stimano circa due milioni di vittime nella sola carestia del 1996. I tentativi dei Six Party Talks, tra le due Coree, la Cina, la Russia, il Giappone e gli Usa, non hanno mai sortito risultati soddisfacenti. I cinesi,unici amici del dittatore, hanno proposto il loro modello di sviluppo senza democrazia. Nonostante la Cina sia l`unica fornitrice di energia elettrica, i nordcoreani non ne hanno seguito i consigli e negli anni hanno sviluppato un pericoloso programma nucleare con tanto di test e lanci di missili che sono sfociati in crisi ripetute. Negli anni Novanta Seul ha tentato una politica di apertura, culminata con la visita a Pyongyang del presidente del Sud, Kim Dae Jung. La stretta di mano tra i due leader non ha avuto il seguito sperato e la nuova leadership sudcoreana ha chiuso di nuovo la porta al dialogo, soprattutto dal 2010, con l`affondamento di un naviglio da guerra del Sud e il bombardamento di un isola al confine tra i due Paesi. Ora a guidare la Corea del Nord sarà il terzogenito di Kim Jong-il, Kim Jong-un, ventottenne sconosciuto al mondo e promosso generale e membro del Comitato centrale del Partito dei lavoratori lo scorso anno, quando le condizioni di salute del "Caro Leader" si andavano rapidamente deteriorando. La paura di tutti è che il Paese imploda trascinando nell`incertezza e nell`instabilità l`intera area. Oltre ai vicini del Sud, lo temono soprattutto America e Cina, già in tensione per la supremazia sul Pacifico. Solo il tempo potrà chiarire con certezza i misteri di un Paese che sembra uscito dalla fantasia di Orwell e che stenta a trovare il suo posto nella comunità internazionale”.
Da La Repubblica. Dall’articolo di Federico Rampini. “Scatta la massima allerta per il pericolo di una fuga in avanti nucleare del nuovo "monarca rosso", Kim Jong-un. E c`è la speranza, ancora inconfessata, per una " svolta birmana" nella dittatura più isolata del mondo. Tra questi due estremi che oscillano le reazioni dei governi mondiali, da Washingtona a Tokyo, da Seul alle capitali europee, dopo la morte del dittatore nordcoreano Kim Jong-il e il passaggio del potere all`erede designato, il figlio più giovane. Lo
scenario catastrofe si è materializzato subito, con i test di missili effettuati ieri da Pyongyang, e l`immediata mobilitazione delle truppe sudcoreane e americane, lungo il confine più militarizzato del mondo. A far paura non è solo il fatto che la Corea del Nord possiede abbastanza plutonio per una mezza dozzina di bombe atomiche, e ha più volte avviato la preparazione di armi nucleari. Nell`ipotesi più pessimistica, la fragilità dell`erede al trono - il terzo della dinastia Kim a occupare quella posizione può indurlo a una prova di forza per accreditarsi presso i suoi militari. Il potere di Kim Jong-un dipende dal sostegno dell`esercito, l`unica istituzione funzionante, in un paese ridotto alla fame e governato per decenni con il terrore. Il terzo Kim non ha dimostrato particolari attitudini al comando, la sua selezione è avvenuta probabilmente perché il padre appena scomparso lo giudicava come il meno "debosciato" dei suoi rampolli. Non è molto, come credenziale per assumere il comando di un apparato militare geloso delle sue prerogative e dei suoi privilegi, in una nazione che vive sotto la legge marziale permanente. La coesione della Corea del Nord, se così si può definire, è stata costruita tenendo il paese in uno stato di emergenza bellica permanente. La propaganda ha inculcato ossessivamente nella popolazione la minaccia imminente di un`aggressione militare da parte dell`America e della Corea del Sud. Per un leader inesperto, insicuro della propria posizione, una via per consolidarsi può essere quella di "avverare" il pericolo della guerra, lanciandosi per primo in atti ostili verso il vicino del Sud. Più sale la tensione più i militari si sentono confortati nel loro ruolo indispensabile, centrale e preminente. In questo scenario, la transizione diventerebbe destabilizzante, aprendo un focolaio di tensione gravissima in Estremo Oriente. Un problema enorme per Barack Obama, che non ha davvero bisogno di crisi militari nell`anno elettorale in cui ha promesso di chiudere quasi completamente i fronti iracheno e afgano. Anche Pechino però non vedrebbe con favore un` escalation bellica ai suoi confini: a Pechino come a Washington la preoccupazione numero uno è l`economia, il boom cinese sta rallentando da mesi, i conflitti sociali si moltiplicano. Una tensione militare in Asia non farebbe che aggiungere nuove nubi sull`economia globale, togliendo altra energia al motore dell`export made in China (basti pensare alle ripercussioni sui mercati di sbocco sudcoreano, giapponese e taiwanese, tre partner economici importanti per la Repubblica Popolare). Un secondo scenario, all`estremo opposto, è iper-ottimista: vede in Kim Jong-un il demiurgo di una transizione pacifica verso rapporti più normali con l`America. In questa versione, grazie alla sua formazione in Svizzera, il terzo Kim sarebbe un "cripto-occidentale", pronto a chiudere l`atroce parentesi di oltre mezzo secolo di despotismo comunista. Anche in questo caso l`ostacolo è la Cina: non può tollerare un`evoluzione al termine della quale ci sarebbe la riunificazione delle due Coree sotto l`ombrello americano. Di che alimentare la psicosi dell`accerchiamento a Pechino, proprio mentre si prepara l`avvicendamento (pacifico) di una generazione di leader. Resta il terzo scenario, quello intermedio e forse più probabile. E` l`ipotesi di una transizione affidata alla "guida amichevole" della Cina stessa. Pechino ha enormi poteri d`influenza su Pyongyang, che non sopravviverebbe senza i suoi aiuti alimentari, energetici, militari. Anche quando Kim li infastidiva con le sue letali provocazioni contro Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud, i leader cinesi non hanno mai "staccato la spina" che teneva in vita il regime nordcoreano, perché lasciarlo crollare sarebbe stato peggio. La storia conta: la Corea del Nord esiste solo grazie ai milioni di soldati cinesi che Mao Zedong mandò a combattere contro gli americani nel 1950. La geostrategia conta ancor più: la penisola coreana è un bastione di difesa della Cina, contro gli Stati Uniti e l`arco dei loro alleati nel Pacifico. Se la Cina riesce a manipolare Kim Jong-un secondo i suoi disegni, lo vedremo anzitutto sul terreno economico, con l`accelerazione di quegli esperimenti fin qui molto timidi di trapianto del capitalismo a Pyongyang. Sull`economia si giocano due sfide essenziali. La prima: salvare il popolo nordcoreano dalle carestie ricorrenti che lo hanno decimato. La seconda è perfino più cruciale: uno sviluppo economico è la premessa per riconvertire alla vita civile 1,2 milioni di soldati, un`armata parassitaria che opprime questo paese spremendone le già magre risorse. La Corea del Nord "sinizzata" resterebbe un satellite strategico di Pechino, ma probabilmente diventerebbe meno erratica e minacciosa per l`Occidente

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