27 luglio 2011

Nota del Mattino del 27 luglio 2011.


1. TORNA L’INCUBO RECESSIONE. LA MINA USA. I PROBLEMI DELL’EUROPA. E L’ITALIA CHE RISCHIA UN CONTRACCOLPO PESANTE TRA DEBITO, UNA MANOVRA DURA E INIQUA DI CUI GIA’ NON SI PARLA PIU’ E UN GOVERNO CHE PENSA SOLO ALLA PROPRIA SALVEZZA.
Il braccio di ferro in Usa sul bilancio dello Stato e la lentezza con la quale in Europa si sta procedendo alla realizzazione dei progetti per la protezione della Grecia e, se necessario, degli altri paesi in difficoltà rappresentano un rischio concreto per le società industrializzate di tutto il mondo. Questa danza si sta svolgendo sull’orlo del burrone, considerato che l’economia sta rallentando anche nei paesi più in espansione come la Cina e il Brasile e che in Usa e in Europa cresce la disoccupazione e la crescita stenta a decollare.
In questo contesto sono davvero gravi i rischi che corre l’Italia. Il debito pubblico è tra i più alti d’Europa. La crescita è tra le più basse. La manovra varata dal governo, lungi dall’aiutare l’economia e l’occupazione, darà una mazzata ai ceti medi e bassi, tagliando in modo sensibile la loro capacità di spesa: più tasse e balzelli, meno servizi alle famiglie, taglio di attività collegate a comuni e regioni. Il governo è nella palude, bloccato da lotte interne all’ultimo sangue, faide tra Berlusconi e Tremonti, ricatti della Lega, problemi personali del premier e di alcuni tra i principali rappresentanti del Pdl. Del governo e della manovra non se ne parla più nei telegiornali, nei talk show, sui quotidiani più importanti, come se i problemi fossero scomparsi. Purtroppo non è così. E pur senza una adeguata consapevolezza gli italiani rischiano di pagare un prezzo altissimo.
Da La Repubblica. Articolo di Federico Rampini. “Barack Obama minaccia l`arma estrema, il veto presidenziale per bloccare il piano dei repubblicani sui tagli al deficit. E` la conferma dell`impasse totale che rischia di trascinare gli Stati Uniti verso la cessazione dei pagamenti, un default tecnico il 2 agosto. All`annuncio del veto sono passate poche ore dopo che il presidente ha rivolto un appello alla nazione, alle 21 di lunedì, invocando la necessità di un "compromesso" bipartisan sull`innalzamento legale del debito per evitare «conseguenze drammatiche sull`economia». Ma dagli schermi gli aveva risposto a muso duro John Boehner, presidente della Camera dove i repubblicani sono maggioranza: «Niente assegni in bianco». Quella successione dei due discorsi lunedì sera aveva fotografato una situazione che resta così, bloccata. I repubblicani vanno avanti alla Camera con un piano che prevede un rialzo del tetto legale del debito pubblico, per consentire al Tesoro di onorare gli obblighi (pensioni, stipendi, cedole sui titoli) ma solo per pochi mesi. «Inaccettabile» per la Casa Bianca, ed ecco ufficializzato che Obama userebbe perfino il veto. Non serve che alla voce del presidente si aggiunga quella del neodirettore generale del Fondo monetario, Christine Lagarde, che parla di «effetto contagio in tutto il mondo, un default degli Stati Uniti sarebbe devastante». Il danno di questa crisi per l`economia reale viene già stimato a 100 miliardi di dollari: sono gli effetti sul costo del denaro, se arriva il probabile declassamento del rating sovrano degli Usa. Pagheranno coloro che hanno mutui casa, gli studenti che pagano le rette con prestiti bancari, le piccole imprese, come ha avvertito Obama in tv lunedì sera. Quel discorso ha avuto qualche effetto, almeno sull`opinione pubblica. Il primo sondaggio a caldo, effettuato da Ipsos/Reuters, dice che il 31% degli americani dà la colpa della crisi ai repubblicani, contro il 21% che l`attribuisce al presidente democratico. Un discreto successo l`ha avuto anche l`appello del
presidente ai cittadini: «Fatevi sentire, se siete d`accordo per la mia soluzione bilanciata ed equa, che affronta il deficit tagliando le spese ma anche chiedendo sacrifici ai più ricchi, ditelo chiamando il vostro rappresentante al Congresso». Risultato: un`ora dopo la fine del discorso di Obama in tv, erano già in tilt sia il centralino del Parlamento sia il sito Internet. Presi di mira soprattutto i repubblicani. Non è dato sapere, però, se le telefonate erano in prevalenza "di sinistra". Di certo saranno intervenuti anche gli aderenti al Tea Party, il movimento anti-Stato della destra, per intimare ai propri eletti di tener duro. E infatti Boehner all`indomani del duello televisivo col presidente si è trovato sotto attacco, ma da destra. Una pattuglia di deputati repubblicani è uscita allo scoperto per annunciare che non voterà il piano Boehner: secondo loro non contiene tagli abbastanza drastici alle spese sociali. A guidare la fronda interna del partito repubblicano è Jim Jordan, deputato dell`Ohio: «Boehner non ha i voti per approvare la sua manovra». Una mini-secessione della destra più intransigente non fa che complicare il quadro, inasprendo le rigidità delle due parti. Curiosamente, di fronte a un sistema politico così bloccato la reazione dei mercati non è quell`apocalisse che lo stesso Obama ha paventato più volte. Ieri l`unico segnale di paura ha colpito il dollaro: vendite consistenti lo hanno fatto scendere verso l`euro ma soprattutto gli hanno fatto toccare minimi storici verso il franco svizzero e diverse valute asiatiche. Tuttavia non c`è stato un fuggi fuggi pesante dai titoli del Tesoro, e la Borsa di Wall Street ha chiuso con perdite modeste. Al punto che diversi esperti e media criticano il presidente per aver gridato "al lupo" troppo presto. La mancanza di una vera ondata di panico dei mercati finisce per agevolare i repubblicani: rende quasi irreale il clima di emergenza su cui punta la Casa Bianca per raggiungere la necessaria intesa bipartisan. Come interpretare la relativa calma dei mercati? Alcuni pensano che la data del 2 agosto non sia così tassativa come la presenta Obama perché il Tesoro avrebbe riserve sufficienti a onorare i pagamenti prioritari (soprattutto le cedole dei titoli). Altri investitori pensano che Obama ha in serbo un trucco d`ingegneria istituzionale per alzare il tetto legale del debito aggirando il Congresso. Altri ancora sono convinti che la "sceneggiata politica" finirà prima o poi. Se si sbagliano previsioni rischiano di svegliarsi troppo tardi”.
Da Il Corriere della Sera. Articolo di Danilo Taino. “È molto più di un malessere quello che in questi giorni corre sui mercati finanziari internazionali. Certo, la Grecia. Certo, i rischi americani di default. E quindi l`euro e il dollaro, Frau Merkel e Mister Obama. Ma c`è una parola sempre difficile e sgradevole da pronunciare che è tornata sulle labbra di economisti e investitori: recessione. Meglio: la seconda recessione dallo scoppio della crisi finanziaria nell`autunno 2008: il double dip, cioè la ricaduta, la famigerata W, che vuole dire diminuzione del Prodotto interno lordo, sua risalita che illude e nuovo crollo dell`attività economica. I sussurri di sottofondo fanno di nuovo il parallelo con la Grande depressione degli anni Trenta che sembrava scongiurata ma forse non lo è. Il cuore delle preoccupazioni è il centro dell`impero, l`economia americana. Tre giorni fa, uno degli economisti più influenti degli Stati Uniti, Martin Feldstein, ha detto al Corriere che la possibilità di una nuova recessione Usa è salita a suo parere al 50% e potrebbe crescere nei prossimi mesi. L`analisi di Feldstein - che molti condividono, sia tra gli studiosi di cicli economici sia sui mercati - parte dal nuovo aumento della disoccupazione americana, che sembrava scendere (a marzo aveva toccato l`8,8%) e invece è tornata a salire, in giugno al 9,2%, che è il doppio di quanto era nel 2007, prima della crisi finanziaria. Secondo i suoi calcoli, addirittura, se ai disoccupati ufficiali delle statistiche si aggiungono tre milioni di senza lavoro che non sono conteggiati perché non hanno cercato un
posto nell`ultimo mese, e se si aggiungono nove milioni di addetti part-time che vorrebbero invece un impiego a tempo pieno, «abbiamo 29 milioni di americani che non possono trovare il lavoro a tempo pieno che vogliono». Drammatico, per un Paese che da decenni non è abituato a fare i conti con la disoccupazione. È che le imprese e le famiglie non investono e non spendono. Ieri, Scott Davis - l`amministratore delegato di una delle imprese più sensibili all`andamento del ciclo, Ups, ha sostenuto che l`economia americana è debole a causa dell`aumento della disoccupazione e del rallentamento della domanda proveniente dalla Cina (le economie asiatiche rallentano). E molte imprese americane stanno annunciando licenziamenti: ieri, per dire, Rim (il produttore dei Blackberry) ha fatto sapere che taglierà duemila posti e anche le banche di Wall Street sono entrate in una nuova fase di ristrutturazioni con perdite di posti di lavoro. Il risultato di queste tendenze è che l`economia americana è sì salita dell`1,8% nel primo trimestre, ma in gran parte (per l`1,2%) solo grazie alla ricostituzione delle scorte, non per la forza della domanda interna o esterna (a fine 2010 saliva di oltre il 3%). Da qui i pericoli che i prossimi mesi indichino l`arrivo del double dip. Se si guarda ai numeri, non siamo vicini alla Grande depressione americana degli anni Trenta. Allora, la prima recessione fu lunghissima, dall`agosto 1929 al marzo 1933, con un crollo del Pil del 36% in termini reali (dati del National Bureau of Economie Research) e la seconda, dal maggio 1937 al giugno 1938, vide un`altra caduta della produzione reale del 6%. La disoccupazione toccò un picco del 25% nel 1933 e scese sotto il 10% solo nel 1941, praticamente in economia di guerra. Oggi, i numeri sono molto diversi e l`esperienza che da allora hanno accumulato gli analisti dell`economia e i responsabili delle politiche finanziarie è enorme. Ciò nonostante, gli errori che si possono fare si presentano sempre con una faccia nuova e anche questa volta potrebbero creare disastri: da qui il nervosismo strutturale dei mercati. A inizio giugno, il presidente Barack Obama disse alla cancelliera tedesca Angela Merkel che un fallimento della Grecia avrebbe messo in pericolo l`economia americana e l`avrebbe mandata di nuovo in recessione. E con essa l`economia del mondo. Per il momento, attorno ad Atene i governi dell`Eurozona hanno messo una cintura di sicurezza, che per un po` forse funzionerà ma non risolve il problema della crescita economica greca. Resta invece aperta la questione del possibile default americano: anche in questo caso un problema politico, prima che finanziario, che potrebbe creare crolli sui mercati. E in America come in Europa (e in Italia) la questione chiave è come rilanciare la crescita di economie avanzate. La domanda che in fondo sottostà allo scontro tra Obama e Repubblicani riguarda infatti il modo di ridare forza all`economia degli Stati Uniti. Favorendo una certa spesa pubblica e aumentando certe tasse, secondo i democratici e la Casa Bianca. Togliendo alle imprese e alle famiglie la paura dell`esplosione del debito pubblico e dell`aumento delle tasse, secondo i conservatori (e secondo i sostenitori del modello tedesco fondato su un deficit pubblico basso per dare fiducia a chi deve investire). In tutto l`Occidente, insomma, il problema dei problemi è lo stesso: la crescita che non c`è”.

2. VENTO DI ESTREMA DESTRA. LA XENOFOBIA IN NORD EUROPA. LA LEGA IN ITALIA. LA SPINTA DEI TEA PARTY IN USA.
In Europa proliferano le formazioni estremiste. Fanno progressi anche dal punto di vista elettorale. I tragici fatti della Norvegia stanno portando in primo piano questo fenomeno. Solo in Italia e in pochi altri paesi pezzi di queste formazioni fanno parte delle maggioranze di governo. Ieri
Borghezio (Lega) ha dichiarato candidamente di condividere le motivazioni del pazzo norvegese. Il ministro Calderoli ha dovuto chiedere scusa.
Un vento di estrema destra sta prendendo forza nel mondo.
Da l’Unità. Intervista a Benjamin Barber. “Benjamin Barber, che fu collaboratore di Bill Clinton negli anni in cui questi era presidente degli Stati Uniti, ritiene che lo stallo dei negoziati sull`innalzamento del debito riveli quanto i repubblicani siano prigionieri della loro potente ala estrema, il Tea Party. Obama è in difficoltà perché ha cercato a tutti i costi il compromesso con interlocutori che non erano disposti ad alcun tipo di accordo. Il negoziato in corso fra democratici e repubblicani dovrebbe avere per oggetto l`innalzamento dei debito. Ma sembra che qualcuno abbia in mente piuttosto le presidenziali del 2012. È d`accordo professor Barber? «Quello che sta emergendo in questi giorni è piuttosto il ruolo di una nuova tendenza politica, alla quale non interessa nulla delle elezioni, dello Stato, della democrazia. Una corrente che sarebbe anzi meglio definire dell`anti-politica, che punta a delegittimare le istituzioni e respinge ogni logica di confronto civile e democratico. Mi riferisco al cosiddetto movimento del Tea Party che condiziona le scelte del Partito Repubblicano. Obama sta tentando a tutti i costi la via del dialogo, ma ha come interlocutori gente a cui non interessa raggiungere alcuna soluzione pratica, a cui preme solo far deragliare il treno dei negoziati. A qualunque costo». Dunque i repubblicani In questa vicenda sono ostaggio della loro ala estrema? «Esatto. Ogni volta che la componente tradizionale di quel partito cerca di esprimere ipotesi di lavoro ragionevoli, si trova di fronte al sabotaggio dell`ultradestra che rifiuta ogni compromesso e respinge qualunque intesa non per i suoi contenuti, ma proprio perché significherebbe venire a patti con una controparte, Obama e i democratici, che viene a priori rifiutata in quanto tale. Due settimane fa Obama si era rassegnato ad accettare una base di accordo che accoglieva tutte le richieste repubblicane. I leader di quel partito hanno detto di no, incredibilmente. Tanto è il condizionamento che subiscono dalla loro minoranza interna, gente a cui non importa nulla di spingere il Paese al disastro. Sui dirigenti repubblicani grava l`obbligo urgente di mostrare senso di responsabilità e scegliere fra l`interesse nazionale e la deriva estremista in cui rischiano di essere trascinati dal Tea Party». Come si sta muovendo Obama rispetto a un crisi così grave? «Lo vedremo alla fine. Al momento dà l`impressione di grande debolezza. Perché se tu vedi che un compromesso è possibile, allora è giusto fare tutte le concessioni necessarie a ottenerlo. Ma se dai tutto, rinunci a tutto, e non ottieni nulla, nessuno poi ti apprezzerà per essere stato duttile e concreto. I giochi sono ancora aperti. A questo punto anche un brutto compromesso dell`ultima ora, sarebbe quasi un successo». In una situazione così drammaticamente bloccata, il presidente potrebbe superare l`ostruzionismo repubblicano con una decisione di imperio, facendo ricorso al 14mo emendamento della Costituzione? «È improbabile. In primo luogo fra gli stessi democratici molti dubitano che sia una mossa costituzionalmente corretta. I repubblicani risponderebbero con l`impeachment, e comunque andasse a finire, sarebbero polemiche a non finire. Il mondo bancario internazionale difficilmente si sentirebbe rassicurato da una situazione così conflittuale». Fra le dichiarazioni e i commenti di questi giorni agitati, affiora un sotterraneo ottimismo. Sono speranze o ragionamenti fondati sulla realtà? «Direi speranze fondate sulla realtà... Sì, credo anch`io che all`ultimo si eviterà il default. Le istituzioni finanziarie non lo permetteranno. I leader repubblicani dovranno finalmente prendere le distanze dal Tea Party. Ma la minaccia della nuova estrema destra americana incomberà ancora sulla nostra democrazia. Non esagero. Credo che gli Stati Uniti attraversino il momento più delicato e
pericoloso dal punto di vista sociale e politico, dalla seconda guerra mondiale in poi. Abbiamo in Parlamento una cospicua minoranza di individui che non si riconoscono nei fondamenti della nostra democrazia, e demonizzano l`avversario politico». Solo tre anni fa attraverso l`elezione di Obama l`America aveva esibito il suo volto più aperto. Siamo di fronte a una reazione di rigetto? «Nel suo insieme la società rimane sana. La maggioranza sostiene ancora Obama, seppure si allarghi l`area dell`insoddisfazione e della critica. Il fatto è che il successo delle democrazie non dipende solo dalla buona volontà della maggioranza dei cittadini, e nel caso degli Usa includo nella maggioranza anche buona parte di coloro che si riconoscono nel Partito repubblicano. Molto dipende dall`atteggiamento della minoranza. Nella Germania degli anni trenta una minoranza radicalizzata e molto motivata arrivò sino a prendere il potere. Più in generale se le minoranze operano fuori dalle regole democratiche, possono portare uno Stato al collasso». Come giudica i primi tre anni di Obama alla Casa Bianca? «Aveva due agende, due programmi. Uno era imperniato sulla costruzione dell`unità nazionale, la coesione civile, il superamento delle divisioni. L`altro riguardava l`attuazione degli obiettivi specifici della sua parte politica, cioè interventi a favore dei ceti meno abbienti, investimenti nella sanità e nella scuola, difesa dell`ambiente, e così via. Le due agende sono entrate in conflitto. Ha privilegiato la prima a scapito della seconda, scontentando buona parte dei progressisti, perché Guantanamo rimane in funzione, il ritiro dall`Afghanistan è diluito nel tempo, non sono state varate misure importanti per impedire alla speculazione finanziaria di provocare altre catastrofi come quella che il pianeta ha sofferto recentemente. Ha sacrificato il programma democratico sull`altare della buona convivenza civile, ma si ritrova invece con una nazione più divisa anziché unita. Dà l`impressione di inseguire il compromesso senza raggiungerlo mai appieno. Ha ancora tempo, un anno prima della scadenza dei mandato. Riuscirà a recuperare? «Può farcela. È persona di grande intelligenza e capacità, verso cui nutro grande ammirazione. Dico di più: sarà riconfermato per un secondo mandato».

3. DISTRAZIONE DI MASSA. IL QUIRINALE RIPORTA ALLA REALTA’ IL GOVERNO DOPO L’APERTURA DI QUATTRO UFFICIETTI AL NORD: OLTRE CHE UN AUMENTO DELLE SPESE E UN MODO PER PARLARE D’ALTRO, E’ UN PASTICCIO ISTITUZIONALE.
Il presidente della Repubblica ha inviato ieri una lunga e dettagliata lettera per esprimere la propria preoccupazione e mettere in luce i risvolti istituzionali della apertura dei cosiddetti ministeri al Nord. Il fatto che si tratti di quattro normali uffici (con relativo aumento di spesa, con buona pace dei tagli alla scuola e dei ticket alla sanità) non significa che non vi siano problemi. Un pasticcio istituzionale insomma, creato solo per parlare d’altro e far tagliare un nastro a Umberto Bossi.

4. OGGI SI VOTA SULLE MISSIONI ALL’ESTERO. LA GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI AFFRONTA IL CASO MILANESE. IL DEPUTATO PDL TIRA DENTRO TREMONTI PER L’AFFITTO PAGATO IN CONTANTI DELLA CASA A ROMA.
Rinviato a oggi il voto sulle missioni all’estero al Senato. Sempre oggi la commissione parlamentare sulle autorizzazioni a procedere si riunisce (ma la decisione sarà presa a settembre) per discutere la richiesta di arresto per il braccio destro di Tremonti, Marco Milanese. In un dossier Milanese ieri ha tirato in ballo il suo ministro per la casa a Roma: Tremonti avrebbe pagato in contanti (senza ricevuta? Il ministro che governa le finanze?) la metà dell’affitto.

5. IERI LA CAMERA HA AFFOSSATO LA LEGGE CONTRO L’OMOFOBIA.
Da L’Unità. Intervista ad Anna Paola Concia. “Purtroppo è andata come immaginavo. Pdl, Lega e Udc hanno deciso di stare dalla parte dei violenti e non dalla parte delle vittime. Hanno dimostrato di non voler costruire gli anticorpi alla cultura dell`odio e di questo porteranno la responsabilità». Paola Concia, che da anni si batte per la legge contro l`omofobia, non getta la spugna neanche dopo il nuovo stop alla Camera. E ora, cosa succede? «A settembre, col Pd, riparte la battaglia. Ricominceremo con un nuovo testo. Vedremo se puntare su una legge di iniziativa popolare: le firme che servono si raccolgono in cinque minuti, fra il nostro popolo ma non solo». Eppure il centrodestra alla fine è riuscito a fermarvi. Non sarà facile ... «Hanno azzerato il nostro lavoro già una volta, ora una seconda. Ma noi non ci fermiamo. Su questo fronte siamo stati compatti, questa battaglia non l`ho fatta da sola e anzi sono molto contenta che il partito l`abbia sostenuta convintamente. E poi abbiamo lottato insieme all`Idv. È un buon segnale. È chiaro che l`obiettivo di costruire un`Italia migliore, quello di chi si candida a governare, passa attraverso questi temi, che saranno dentro il nostro programma. Un testo contro la violenza omofoba è una legge minima. Poi c`è da dare diritti a chi, come gli omosessuali, non li ha». Delusa da chi nel centrodestra, come la Carfagna, aveva sostenuto la legge e poi non ha votato con voi? «Da loro mi aspettavo più coraggio, ma continuerò a tenere aperto il dialogo, come ho sempre fatto. Il voto di tutti quelli del Pdl che si sono astenuti dimostra comunque che in tanti, soprattutto i più giovani, hanno capito che mostrare la faccia dura non paga neanche elettoralmente. C`è una parte del Pdl che vorrebbe una destra moderna, inclusiva e liberale». Cicchitto però dice che è stato proprio il Pd a voler calendarizzare il voto sulle «pregiudiziali». «Cicchitto perde occasioni preziose per tacere. A poche ore dal voto noi abbiamo fatto anche un ultimo tentativo per chiedere di ritirare le pregiudiziali e non c`è stato niente da fare. Si prenda la responsabilità di essere uno dei protagonisti dell`affossamento di questa legge. Questo voto mette a nudo una maggioranza che somiglia a una destra xenofoba e che non vuol neanche far parte del partito popolare europeo. Mentre c`è un Pd che vuol essere il futuro dell`Italia. Sono d`accordo con il mio segretario Bersani: il centro destra ha scritto una delle pagine più tristi e vergognose della storia repubblicana». Ma che spazio c`è per questa battaglia? «Lo spazio c`è, eccome. La maggioranza degli italiani è d`accordo con noi, non con questi oscurantisti medievali. E solo una decina di giorni fa il commissario europeo dei Diritti umani ha chiesto al nostro Parlamento di votare una legge contro l`omofobia. Lo stesso ha fatto il Presidente Napolitano. Ma questa maggioranza non aiuta l`Italia a crescere da nessun punto di vista. Per questo siamo considerati alla stregua dei Paesi più a rischio omofobia. E questo fa male anche all`economia. Le società aperte e inclusive sono le più ricche. Questa è la via maestra che il Pd deve costruire».
6. BERSANI RISPONDE A TRAVAGLIO.
“Caro Direttore, il Fatto Quotidiano, peraltro in buona compagnia, mi attribuisce la tattica o l’imbarazzo del silenzio sul caso Penati. Per la verità, sono stato il primo a parlarne giovedì scorso alla festa de l’Unità di Roma trasmessa in diretta da Rai News e da YouDem, intervistato da Corradino Mineo davanti a 4000 persone. Qualcuno evidentemente mancava e non ha letto i resoconti delle agenzie di stampa. Quello che ho detto e scritto in questi giorni mostra forse una sottovalutazione del problema? Spero di no. Noi non possiamo certo dividere il mondo mettendo i
cattivi da una parte e i buoni dall’altra. Con ben altri mezzi si provvederà a questo nella valle di Giosafat. A noi tocca inderogabilmente rispettare la magistratura, pretendere che le istituzioni non siano esposte nel disagio e chi è coinvolto faccia un passo indietro, affermare la parità dei cittadini davanti alla legge, applicare la presunzione di innocenza, anche quella di Penati che la rivendica con forza. A noi tocca produrre riforme che tolgano possibilità alla corruzione. A noi tocca allestire nei partiti meccanismi di garanzia e di limitazione del rischio. Sfido qualsiasi altro partito italiano a paragonarsi con gli istituti che il Partito Democratico ha allestito e sta allestendo. Fin dall’inizio il PD ha sottoposto il proprio bilancio alla certificazione di una società esterna; abbiamo un codice etico giustamente più stringente di un normale percorso giudiziario; chiediamo agli amministratori eletti nelle nostre liste di firmare un codice di responsabilità …. Ma su questo ho già detto e non voglio scrivere oltre. Rispondo piuttosto alla domanda di Travaglio, reiterata in questi anni da lui stesso, da Albertini e da qualche testata della destra e che allude ad una suggestiva triangolazione Gavio-Bersani-Penati. Ho già detto in altre occasioni ciò che ribadisco qui. Il ministro delle Attività Produttive conosce tutti i principali imprenditori italiani. Li conosce, non li sceglie. Gavio, segnalandomi la preoccupazione per un contenzioso aperto con la Provincia di Milano, mi disse di non conoscere il presidente appena insediato e mi chiese di favorire un incontro con Penati. Così feci, via telefono. Nell’evocare questo episodio si intende forse alludere ad una combine poco chiara o addirittura ad illeciti che mi coinvolgerebbero? Se è così (e lo dico in tutte le direzioni!) si illustri chiaro e tondo qual è la tesi e si abbia il coraggio di affrontare una sonora querela. Mi dispiace inoltre dover constatare molte inesattezze nelle affermazioni di Travaglio su Pronzato. Ho saputo dai giornali che Pronzato era “un mio uomo”. Non è mai stato mio consigliere alle Attività Produttive. Lo trovai 11 anni fa al ministero dei Trasporti come consigliere ministeriale, lo confermai assieme agli altri consiglieri per il solo anno in cui fui ministro. Divenne consigliere ENAC parecchi anni dopo. Non fu mai responsabile dei trasporti; ha avuto la responsabilità tecnica sul trasporto aereo nel dipartimento trasporti del PD diretto da Matteo Mauri. Quella del doppio incarico è una cosa inopportuna, ne convengo, e da non ripetere in casi analoghi. Non nego dunque di aver ricavato insegnamenti dalla vicenda, ma vorrei che la vicenda fosse messa nelle giuste dimensioni. Non dovrebbe essere troppo disagevole peraltro considerare quali siano le persone che davvero ho motivato e promosso in lunghi anni di vita amministrativa. Ho la presunzione di credere che verrebbe riconosciuto che si tratta di gente in gamba e di gente sicuramente perbene. Travaglio infine si è chiesto nei giorni scorsi se io sia la persona giusta per rappresentare il centrosinistra. Non tocca certo a me dirlo. Per le sue valutazioni Travaglio provi comunque a tener conto di una cosa, per quanto ai suoi occhi possa risultare poco credibile: sono talmente provinciale e paesano da mettere il buon nome che ho ricevuto davanti a qualsiasi cosa e a qualsiasi ruolo”.
7. LA DESTRA E LA MACCHINA DEL FANGO. LIBERO TRASFORMA I CONTRIBUTI DEGLI ELETTI PER IL PARTITO IN PIZZO OBBLIGATORIO IMPOSTO DAL PARTITO. NEL SILENZIO DI BERLUSCONI LA CAMPAGNA DEI SUOI GIORNALI, E DEI SUOI TG.
E’ partita la macchina del fango. Senza alcun dubbio. Il Giornale e Libero sono partiti all’attacco del Pd. Oggi Libero arriva addirittura a descrivere il contribuito degli eletti al partito come “pizzo” imposto come tangente per l’elezione, trasformando quella che da sempre è una manifestazione di serietà e di impegno personale in una operazione da criminalità organizzata. I legali del Pd sono già al lavoro per la conseguente azione penale.

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