21 ottobre 2011

La nota del mattino del 21 ottobre 2011


1. FINITO GHEDDAFI. ORA RESTA DA FARE LA LIBIA. E GIA’ SI GUARDA ALLA PROSSIMA TAPPA DELLA PRIMAVERA ARABA: LA SIRIA. IL RUOLO DELLA TURCHIA.
I ribelli hanno trovato Gheddafi e l’hanno ucciso. Finisce così un regime durato quaranta anni. Ma questo non significa ancora che sono finiti i problemi in Libia (chi disarmerà i civili?), né che sia finito l’assestamento dell’area. Tutti guardano ora a che cosa potrà accadere in Siria e al crescente ruolo della Turchia in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa. Da La Stampa. Articolo di Maurizio Molinari. “Muammar Gheddafi è il primo dittatore ucciso dalle rivolte arabe in un evento spartiacque destinato ad avere profonde ripercussioni nel mondo musulmano, ed anche oltre. A svelarlo, con feroce rapidità, è Ahmed, il cittadino siriano che poco dopo l`annuncio della morte del rais invia alla tv Al Jazeera il messaggio «Congratulazioni al popolo libico, spero che lo stesso possa avvenire anche qui». «Il pensiero di tutti è rivolto verso Damasco» osserva Fuad Ajami, arabista della Stanford University, in ragione delle «somiglianze con la situazione libica». Bashar Assad guida una repressione più sanguinosa di quella di Gheddafi - le vittime per l`Onu sono oltre tremila - e a sentire Robert Ford, combattivo ambasciatore Usa a Damasco, «la gente nelle strade inizia a chiedersi perché non passare alla rivolta armata». Il fatto che ieri a Homs almeno sette militari siano stati uccisi a colpi di arma da fuoco lascia intendere quanto l`ombra di Gheddafi incomba su Assad. Damasco ha dimostrato di saper resistere a massicce rivolte non violente come quelle che hanno travolto Ben Ali in Tunisia e Hosni Mubarak in Egitto ma il successo di una sollevazione popolare armata cambia lo scenario. A temere l`impatto della caduta di Gheddafi sono anche i due grandi rivali del Golfo, l`Iran di Mahmud Ahmadi nejad e l`Arabia Saudita di re Abdallah, accomunati dall`essere avversari feroci dei moti di piazza mentre.sul fronte opposto ci sono le nuove potenze emergenti, accomunate dal sostegno alle sollevazioni. Anzitutto la Turchia di Recep Tayyp Erdogan che vuole costruire il nuovo Parlamento libico, ha accolto il generale Riad Assad intenzionato a creare un «Esercito di liberazione siriano» ed è volato al Cairo per promettere al dopo-Mubarak i sostegni economici che l`Europa esita a far arrivare. Se la credibilità di Erdogan viene dal guidare una nazione disposta ad elargire aiuti, con un potente esercito e l`eredità dell`ultimo impero musulmano, quella del più piccolo Qatar nasce dall`abilità dell`Emiro Hamad Bin Khalifa Al Thani di sfruttare la tv Al Jazeera, che ha sede a Doha, come vettore dei cambiamenti in atto, affiancandole mosse in sintonia con quanto sta avvenendo: dall`invio di aerei a fianco della Nato sulla Libia alla proposta di dialogo Assad-manifestanti. Senza contare che sempre in Qatar il Pentagono ha l`avveniristica centrale di comando e controllo per le operazioni in Medio Oriente, che fino al 2003 si trovava in Arabia Saudita. Ci troviamo di fronte ad un Islam dove Turchia e Qatar emergono, Iran e Arabia Saudita sono sulla difensiva, e Assad è sotto assedio. Ma anche in Occidente l`impatto della morte di Gheddafi si fa sentire. In primo luogo per la capacità della Nato di «aver dimostrato di saper vincere una guerra aerea a sostegno di una rivoluzione armata» come dice l`ex generale americano Mark Kimmitt, veterano dell`Iraq, sottolineando che «qualcosa del genere non era mai avvenuto». Pur segnata da dissidi interni e carenza di munizioni aeree, l`Alleanza esce dall`intervento in Libia rafforzata nel ruolo di garante della stabilità nel Mediterraneo. Essere riuscita in tale
missione nonostante la coincidenza con la guerra in Afghanistan significa aver dimostrato di poter combattere su due fronti, come molti avevano dubitato possibile. Ma il successo Nato preannuncia delicati equilibri fra alleati perché Parigi e Londra, che più hanno voluto e guidato l`intervento, puntano ad ottenere un ruolo maggiore nella gestione degli ingenti giacimenti energetici in Libia a dispetto di altri partner, Italia inclusa. Per Barack Obama si tratta della seconda eliminazione di un nemico dell`America in poco più di cinque mesi. Se nel caso di Osama bin Laden il merito fu di un blitz militare, in Libia il risultato è frutto della scelta di sostenere una coalizione «guidando dal di dietro» in una declinazione della leadership americana nel mondo che finora si pensava destinata al fallimento. «I fatti hanno dato ragione a Obama» commenta Leslie Gelb, presidente del «Council ori Foreign Relations» di New York e sebbene sia presto per valutarne il possibile impatto sulle elezioni del 2012 non sembrano esserci dubbi sul fatto che la Casa Bianca sta cogliendo sulla sicurezza nazionale i risultati che ancora le mancano sull`economia. Obama è riuscito a far cadere Mubarak e a rovesciare Gheddafi con tattiche opposte ma ispirate dallo stesso approccio pro-rivolte, dando mostra di pragmatismo e capacità di rischiare che incombono ora sugli altri dittatori. Ma per Obama come per la Nato si tratta di risultati che potrebbero rivelarsi precari se la transizione in Libia dovesse fallire. Ecco perché la convergenza fra i partner della coalizione anti-Gheddafi. è nel premere sul governo ad interim di Tripoli per risolvere le questioni più urgenti: unificare le milizie, trovare i 20 mila missili terra-aria mancanti, estendere la nuova amministrazione su tutto il territorio ed iniziare il cammino verso nuove elezioni”.

2. FINITA LA FARSA. BERLUSCONI COSTRETTO ALLA SCELTA DEL GOVERNATORE. ALLA FINE INDICATO UN NOME DI PRESTIGIO, IGNAZIO VISCO. MA RESTA LA FIGURA TERRIBILE FATTA DI FRONTE AL MONDO.
Alla fine è finita anche la farsa (nella forma, la tragedia nella sostanza) sulla scelta del nuovo governatore della Banca d’Italia. Con il paese in mezzo alla tempesta finanziaria, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha tenuto in bilico per settimane la decisione sul nuovo governatore della Banca d’Italia con tutti i paesi europei (e non solo) che guardavano allibiti questo balletto all’italiana. La scelta per fortuna (e grazie alla fermezza di Napolitano) è caduta su un grande tecnico, Ignazio Visco, da 40 anni in Banca d’Italia, garantendo così autonomia e continuità di guida all’Istituto.
Da La Stampa. Articolo di Stefano Lepri. “Sareva impossibile, eppure è finita bene. Una storia fatta di esitazioni e di veti, di ricatti e di maneggi sulla nomina del successore di Mario Draghi passato alla Bce. Tira storia imbarazzante Il l davanti all`Europa e al U mondo si è conclusa con la scelta di una persona degnissima. Forse solo un dispetto ha impedito di promuovere governatore il successore naturale, Fabrizio Saccomanni, persona mite e serena che non aveva mai brigato per la carica. Ma è stato nominato il secondo in linea gerarchica, Ignazio Visco, del tutto omogeneo a Saccomanni per affiatamento con la struttura della Banca d`Italia; persino con le stesse affinità elettive, dato che entrambi sono stati amici personali di Tommaso Padoa-Schioppa. Nelle ultime ore, la vicenda si stava facendo sempre più confusa: una sgangherata farsa capace di intaccare il prestigio di persone per bene e utili al Paese. Circolava persino - senza che l`interessata l`avesse mai sollecitato - il nome della vicedirettrice generale Anna Maria Tarantola, solo perché, cattolica e milanese, sembrava più adatta a conciliare i contrastanti umori della sempre più divisa maggioranza di governo; poco contava che, pur avendo svolto benissimo il suo compito di guardiana delle banche italiane, mancasse della necessaria esperienza internazionale. Ancor più, sembrava che si aspettasse la comparsa di un misterioso nome nuovo, capace di risultare gradito a tutti, come se dovesse uscire da una casuale estrazione del Lotto. Un capo del governo incapace di scegliere ha trascinato la vicenda per mesi; a un certo punto ipotizzando perfino di scaricare la responsabilità della scelta sul consiglio superiore della Banca d`Italia, un consesso di personalità (perlopiù industriali e accademici) che svolge nella nomina del governatore un ruolo importante, e però consultivo. II ministro dell`Economia sosteneva in solitudine il suo candidato esterno senza mai spiegare perché, senza spiegare nemmeno che cosa avessero sbagliato gli «interni» della Banca d`Italia; si è alla fine accontentato di abbattere un candidato per accettarne un altro che ha caratteristiche molto simili. Ignazio Visco farà restare la Banca d`Italia quella che è, una delle pochissime istituzioni italiane rispettate all`estero. Promuoverà candidati interni, già abituati a lavorare in squadra. Poteva giovare l`immissione dall`esterno di un personaggio come Lorenzo Bini Smaghi, da anni lontano dalla Banca d`Italia ma ben interno al mestiere dopo sei anni nell`esecutivo della Bce a Francoforte? Forse sì. Nel mondo è ben conosciuto e stimato. Dicono persone a conoscenza dei retroscena: Bini Smaghi ha sbagliato le sue mosse, è stato il peggior nemico di sé stesso. Ribattono altri: data la situazione in Italia, non poteva non sbagliare. Il problema che la scelta di Ignazio Visco lascia irrisolto di fronte al governo italiano è appunto come accontentare la Francia. Con il mandato di Bini Smaghi che dura fino al 2013, ora ci saranno tra i 6 due italiani e nessun francese. Se nel momento in cui Draghi è stato scelto per guidare la Bce, Bini Smaghi avesse messo a disposizione del governo italiano il suo mandato, per evitargli problemi diplomatici con la Francia, sarebbe riuscito a qualificarsi come il candidato naturale alla successione di Draghi a Roma? In un Paese normale, forse sì. Ma quando Draghi ricevette l`investitura europea, il potere di Giulio Tremonti non era stato ancora intaccato dallo scandalo Milanese, e il ministro dell`Economia era decisissimo a sostenere la candidatura di Vittorio Grilli. A quel punto, Bini Smaghi fu tentato dal gioco duro; dopodiché il governo per mesi si è dimostrato incapace di risolvere il problema che lui poneva. II rigetto espresso dall`alta dirigenza della Banca d`Italia contro Bini Smaghi, più giovane e ambizioso, era eccessivo. Ma a giudicare inopportuno il suo comportamento - rifiutare di dimettersi dalla Bce nella speranza che la Francia si imponesse - è stato innanzitutto il Capo dello Stato. A quel punto, dopo mesi passati a temporeggiare, non si poteva scegliere Bini Smaghi solo con la motivazione di non far dispetto a Nicolas Sarkozy. Se non altro, resta questo strascico a impedire che la «spiacevole» gestione della vicenda (parole di un membro del consiglio superiore della Banca d`Italia) possa essere presto dimenticata”.

3. FINITA LA SPERANZA? EUROPA IN PANNE. SARKOZY E MERKEL NON TROVANO L’ACCORDO. SLITTA A MERCOLEDI’ PROSSIMO LA POSSIBILITA’ DI UN’INTESA SU BANCHE E FONDO SALVA STATI. E INTANTO LE BORSE CROLLANO E L’ITALIA RESTA SOTTO.
Ancora nessun accordo. Francia e Germania non trovano l’intesa e il vertice dei capi di Stato e di governo convocato per sabato e domenica perde la possibilità di concludersi con l’intesa sul salvataggio delle banche e sul fondo salva-Stati. Il vertice si terrà. Ma la conclusione è stata rinviata a mercoledì prossimo.
La notizia ha gettato i mercati finanziari nel panico. Borse crollate. E l’Italia, nelle condizioni in cui è e con un governo ormai privo di credibilità, è una volta di più finita sotto le macerie. Piazza affari ha chiuso con il peggior risultato d’Europa.

4. FINITA LA PAZIENZA. IL GOVERNO ITALIANO NON RIESCE A PRODURRE IL DECRETO SVILUPPO CHE TUTTA EUROPA ATTENDE PER VERIFICARE SE L’ITALIA E’ IN GRADO DI SOPRAVVIVERE. HANNMO INTESTA SOLO IL CONDONO. E LO SPREAD TORNA AL LIVELLO DI AGIOSTO PRIMA DELLA MANOVRA MONSTRE.
Finita la pazienza dei mercati nei confronti dell’Italia anche per l’indecisione del governo sul decreto sviluppo che tutta l’Europa attende per verificare se l’Italia (e la Spagna) ha la capacità di tirarsi un po’ fuori da sola dalle difficoltà. Ma del decreto per lo sviluppo non si vede l’ombra. Ieri lo spread tra Btp a dieci anni e Bund tedeschi a dieci anni è tornato oltre i 400 punti, allo stesso livello di questa estate, prima che fosse approvata una manovra pesantissima.
Un elemento di paragone. Il Giappone ha appena approvato un a manovra di sostegno dell’economia da 150 miliardi di yen.
Ieri il Nens ha presentato l’aggiornamento dei suoi dossier sui conti pubblici. Tre conclusioni: nella manovra c’è un buco da 20 miliardi; le previsioni sull’economia del governo sono un po’ troppo ottimistiche; se non si realizzano le previsioni sull’economia reale del governo sul debito pubblico sono guai serissimi, perché invece di ridursi tenderà a crescere.

5. BERSANI OLTRETEVERE DIALOGA CON MONS. FISICHELLA.
Da La Repubblica. Articolo di Goffredo De Marchis. “Bersani prende in mano la questione cattolica. Lo fa in prima persona, non delega nessuno. Né i cattolici del Pd, né il potenziale alleato centrista dell`Udc. Lo fa da «laico adulto», una formula che parafrasa e rovesciala famosa battuta di Romano Prodi in risposta all`appello di Ruini a disertareireferendum sulla fecondazione assistita. «Laicità adulta»: per il segretario del Pd vuol dire che un non credente evita di affidarsi solo alle leggi di natura. Semmai si iscrive nel solco di una storia secolare di rapporti tra la laicità e la Chiesa. Mettendo al centro l`uomo. Questo dirà anche il 18 novembre in un`altra sede, alla presenza del presidente della Cei, Angelo Bagnasco, invitato da Scienza e Vita, la più attiva delle associazioni cattoliche sul fronte dei valori non negoziabili. L`appuntamento di ieri è dunque solo un primo passo. Bersani discute di Vangelo e laicità con monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione, in un dibattito promosso dalla Congregazione dei figli immacolata concezione e da Elea. Siamo in Vaticano, in una sala di Via della Conciliazione, di fronte a una platea di preti, suore, autorità ecclesiali. In prima fila siede il direttore dell`Osservatore Romano Gian Maria Vian. C`è da rimontare un gap che ormai appare evidente e ancora di più dopo il seminario di Todi. Dove il Forum delle associazioni ha bocciato Berlusconi, ma tra le alternative non ha individuato con certezza un rapporto proficuo con il Pd. È Fisichella a confermare come per la Chiesa i valori non negoziabili restano tali. «Nessuno li può sovvertire- dice - e ogni tentativo di volerli limitare non sarebbe privo di conseguenze per il corretto impegno dei cattolici in politica». Fisichella del resto è stato uno stretto collaboratore di Camillo Ruini nei lunghi anni al timone della Cei, cioè strenuo difensore del bipolarismo, del pluralismo dei cattolici negli schieramenti, ma allo stesso tempo inflessibile su diritti e bioetica. Con un sorriso Fisichella definisce "pelagiano" Bersani, eretico che cerca la verità «ma deve ricordarsi
che non tutto è lecito perché non tutto edifica».Il segretario del Pd affida la sua risposta a citazioni evangeliche senza usare le sue metafore. Poi entra nel vivo, ossia i valori non negoziabili. «La politica non negozia valori», è la premessa. Ma negozia, si confronta e media sulla «convivenza e sul bene comune». Per Bersani il ruolo della cristianità nella costruzione dell`Europa è innegabile. Ci crede, non fa propaganda. E accetta che la Chiesa intervenga, che metta la sua verità davanti a tutto. «Anche la verità però è un fiume carsico. Quando l`hai trovata non devi smettere di cercarla». Il Pd è un partito, spiega, di credenti e non credenti. Con questo approccio: «Una laicità adulta e orgogliosa non accetta di essere descritta come inconsapevole della dignità dell`uomo». Fisichella parla di un "secondo round" prossimo venturo. E il 18 con Bersani davanti a Bagnasco ci saranno anche Maroni, Alfano, Casini. Una specie di test per il dopo Berlusconi”.

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