Con la fine dell’egemonia
statunitense, fondata sulla convertibilità del dollaro e accettata dagli altri
paesi sviluppati con gli accordi di Bretton Woods, comincia un’altra storia.
Gli Stati Uniti passano dall’egemonia consensuale al dominio unilaterale, con
il diritto di intervento militare a livello planetario, come “gendarmi del
mondo”, e sostituiscono il primato economico riconosciuto e accettato in un dominio
economico e monetario imposto sia con la forza dell’economia che con quella
delle armi, per controllare le regioni geostrategiche fondamentali del pianeta.

È particolarmente interessante
osservare l’evoluzione del sistema economico e finanziario, funzionale a questa
politica di dominio informale, che ha, alla fine, prodotto la crisi odierna.
S’è sviluppato, a livello internazionale, un dominio del capitale finanziario
su scala mondiale, attraverso la graduale liberalizzazione dei movimenti di capitali.
S’è costituita una sorta di “cupola” finanziaria, incardinata sulle istituzioni
economiche internazionali con sede a Washington (Fmi e Banca Mondiale) e
accompagnata da alcune grandi banche d’affari (che si sono autodefinite
“padroni dell’universo”, “masters of universe”; di recente il capo di quella
attualmente più grande, la Goldman Sachs, ha modestamente affermato che il suo
“è il lavoro di Dio”), dal “triopolio” delle grandi agenzie di valutazione
(rating), e da alcuni grandi fondi speculativi ad essi collegati. Costoro hanno
imposto al mondo il loro credo neoliberista, sintetizzato nel “decalogo” del
“Consenso di Washington”, che detta quelle scelte antipopolari
(liberalizzazioni, privatizzazioni, taglio di sanità e pensioni, dell’impiego
pubblico ecc.) che troviamo pari pari nei vincoli oggi imposti dal livello
esecutivo dell’Unione Europea, definite il “Consenso di Berlino”. Hanno
prodotto ai tempi danni devastanti, economici, politici e sociali, nei paesi
del Terzo mondo e li stanno producendo ora nei paesi periferici dell’Europa.