18 luglio 2011

Nota del mattino del 18 luglio 2011.


1. I MERCATI NON SI FIDANO DEL GOVERNO BERLUSCONI E FANNO BALLARE L’ITALIA. CALA LA BORSA. SI ALLARGA ANCORA LO SPREAD TRA BTP E BUND TEDESCHI. E A FINE MESE DOBBIAMO RINNOVARE 25 MILIARDI DI DEBITI.
Grazie all’ennesimo voto di fiducia, il governo ha approvato una manovra pesantissima, scaricandone i costi sui ceti medi e bassi e senza interventi sull’evasione fiscale o sulle rendite finanziarie. Sotto l’attacco della speculazione, e nella certezza che la maggioranza avrebbe votato la fiducia facendo passare comunque questa manovra, Pd, Idv e Udc hanno presentato emendamenti correttivi (accorpamento piccoli comuni, accorpamento province, accorpamento società comunali, riduzione degli stipendi dei parlamentari, riforma dei vitalizi, aumento delle imposte sulle rendite finanziarie…), ma hanno accettato di accorciare i tempi rispondendo anche all’appello del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
La manovra di dimensioni rilevantissime, ma per come è stata costruita iniqua e sbagliata, non è riuscita a rasserenare i mercati. La ragione è semplice: nessuno si fida più nel mondo del governo Berlusconi: non è stato capace di affrontare i problemi fino ad oggi; ha rinviato i provvedimenti che poteva prendere; ha fatto una manovra raccogliticcia e senza un vero progetto. L’Italia è senza guida. E questo penalizza tutto il Paese: il fallimento del governo lo stanno pagando tutti gli italiani sotto forma di tasse in aumento e meno servizi e di incertezza sul futuro. L’appuntamento più pesante sarà con le aste dei titoli pubblici di fine mese: 25 miliardi di euro di debito pubblico da rinnovare.
Per questa ragione l’unica strada per dare certezza al futuro è chiudere la fase del berlusconismo, arrivare rapidamente alle dimissioni del governo e andare alle elezioni per ricostruire un governo nuovo e credibile del Paese. Questa è la strada maestra. Tutte le altre sono subordinate.

2. OGGI BERLUSCONI DISERTA I PROCESSI E SI PRESENTA A NAPOLITANO PER IL RIMPASTO, PER PARLARE DEL NUOVO GOVERNATORE DI BANKITALIA E PER TENERE DURO SUL MINISTRO ROMANO ACCUSATO DI ECCESSIVA VICINANZA ALLA MAFIA.
Questa mattina il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non si presenterà alle udienze milanesi per i processi sul caso Ruby (prostituzione minorile) e sul caso Mills (corruzione). A fine mattinata incontra invece il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per parlare di rimpasto (Alfano si deve dimettere e va sostituito) e per cercare di chiudere in fretta la sostituzione del governatore di Bankitalia, spingendo Vittorio Grilli, attuale direttore generale del Tesoro e candidato del centrodestra (il PD è schierato a difesa dell’autonomia di Bankitalia dalla politica). Di sicuro si parlerà anche del caso del ministro Romano, accusato di eccessiva vicinanza con la criminalità organizzata.

3. LE REGIONI SI RIBELLANO AI TICKET. GLI ITALIANI CHIEDONO ALLA POLITICA DI FARE LA SUA PARTE DI SACRIFICI. MA SCATTA ANCHE UN’OPERAZIONE DI CONFUSIONE CHE METTE TUTTI (POLITICA BUONA E POLITICA CATTIVA) NEL CALDERONE. LE PROPOSTE DEL PD (PRESENTATE ANCHE CON IDV E UDC) VANNO NELLA DIREZIONE GIUSTA.
Molte Regioni, a cominciare dall’Emilia Romagna, dalla Toscana e dal Veneto si ribellano ai ticket sulla sanità. Gli italiani, di fronte alla prospettiva dei sensibili sacrifici imposti dalla manovra, chiedono che anche i politici facciano sacrifici e taglino gli sprechi. In questo contesto è scattata, tra web e grandi giornali (soprattutto quelli nella cui proprietà prevalgono i grandi industriali e la
grande finanza) un’operazione di confusione che mette tutto nel calderone, come se la casta potesse essere individuata solo nei parlamentari nazionali, o solo nei politici, da considerare tutti uguali, tutti da appiattire nella generalizzazione delle accuse.
Il Pd, l’Idv e l’Udc proprio in occasione della manovra economica hanno presentato precise proposte di riforma su questi temi: dai vitalizi agli stipendi, dall’accorpamento delle province a quello dei piccoli comuni, all’accorpamento delle società che fanno capo ai comuni). Se quegli emendamenti non sono passati è perché il governo e la maggioranza di destra hanno fatto muro. Ma l’obiettivo della campagna non è solo mettere in luce i privilegi della cosiddetta casta (altrimenti giornalisti, manager, grandi avvocati, grandi evasori condonati, corporazioni sarebbero tutti nel mirino): l’obiettivo è attaccare tutta la politica per indebolire quella parte di politica che potrebbe cambiare davvero le cose. Memento: il libro la Casta di Rizzo e Stella uscì durante il governo Prodi. Riportava episodi largamente riconducibili alle decisioni e azioni del precedente centrodestra. Ma nell’immaginario collettivo coinvolse tutti, anche lo stesso Prodi che aveva limitato auto blu e viaggi aerei dei ministri. Poi è tornato Berlusconi, le auto blu si sono moltiplicate, i viaggi aerei dei ministri si sono moltiplicati e poco o nulla è stato scritto in materia.
Il tema esiste. Il tema dei costi della politica è serio e va affrontato concretamente e con coraggio. Ma buttarla in antipolitica è un errore: in tutto il corso della storia l’antipolitica ha portato a un solo sbocco, quando ha vinto. L’arrivo di un uomo solo al comando. L’Italia da questo punto di vista ha dato più volte.

4. LA DIREZIONE DEL PD SU ECONOMIA, SCELTE POLITICHE, RIFORMA ELETTORALE. LA PROPOSTA DEL PD SARA’ IN LINEA CON LE INDICAZIONI DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE.
Domani mattina si riunisce la direzione nazionale del Partito democratico. Situazione economica, prospettive politiche e proposta di riforma elettorale saranno al centro del dibattito. La relazione di Bersani e la direzione indicheranno la strategia del partito per uscire dal berlusconismo secondo la linea nata dall’analisi della realtà e che ha portato il Pd alla vittoria nelle recenti elezioni amministrative.
La direzione varerà anche la proposta del Pd sulla riforma elettorale secondo le indicazioni approvate dall’assemblea nazionale del partito e in base alla proposta che Bersani ha condiviso con il vertice del partito.

5. MERCOLEDI’ LA CAMERA VOTA SULL’ARRESTO DEL PARLAMENTARE DEL PDL PAPA. QUESTA SERA INCONTRO BOSSI-BERLUSCONI IN VISTA DI QUESTO APPUNTAMENTO. LA LEGA NEL CAOS, TRA RICATTI, POPULISMO, DIVISIONI.
Mercoledì la Camera dei Deputati vota sulla richiesta di arresto del deputato del Pdl, Papa, accusato dalla magistratura nell’ambito dell’inchiesta denominata P4.
Berlusconi teme che l’arresto di Papa dia la stura a rivelazioni e che si apra la fase del cedimento, come avvenne durante il periodo di Mani pulite. Quindi ha chiesto al Pdl di votare contro. Bossi non sa più che fare: la base vuole che la Lega voti sì all’arresto. Berlusconi vuole che voti no e lo tira dalla sua parte con ogni mezzo. Questo spiega l’atteggiamento ondivago del leader della Lega.
Le opposizioni, a cominciare dal Pd, sono per il voto a favore dell’arresto.

6. FIAT. PD: ADESSO RIPRENDA IL NEGOZIATO.
Stefano Fassina, responsabile economia del Pd. (Adnkronos)- "La sentenza del Tribunale di Torino sulla vertenza Fiom Fiat potrebbe e dovrebbe essere colta da entrambe le parti come opportunità per ritornare al terreno negoziale". Così Stefano Fassina, responsabile Economia e lavoro del Pd, commenta la sentenza Fiat del giudice di Torino. "L'accordo interconfederale del 28 giugno scorso - dice Fassina - offre la cornice nella quale definire soluzioni adeguate a dare garanzie sia di esigibiltà del contratto sia di partecipazione democratica dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali loro rappresentanti". "In una fase drammatica per le prospettive economiche ed occupazionali dell'Italia, - conclude Fassina - sarebbe un risultato rilevante ben oltre i confini della specifica vertenza".

7. DOLLARO-EURO, LO SCENARIO MONETARIO. PER CAPIRE DI PIU’ LE INCERTEZZE E LE TURBOLENZE CHE IL MONDO STA ATTRAVERSANDO.
Da La Repubblica. Un lungo articolo (e di non facile lettura, ma pieno di spunti e di informazioni di contesto) di Marcello De Cecco, economista italiano tra i più noti, che ha insegnato in diverse università italiane, inglesi e americane, oggi professore ordinario di storia della finanza e della moneta alla Scuola Normale di Pisa. “Dal 1971 al 1998, il sistema monetario internazionale, che aveva, per gli accordi di Bretton Woods, due strumenti di riserva funzionanti, oro e dollaro (c`era anche la sterlina, ma in via di estinzione, perpetuamente in crisi), fu ridotto, dalla fine della convertibilità aurea del dollaro, ad averne uno solo, lo stesso dollaro. Iniziava così il dollar standard, con la virtuale demonetizzazione dell’oro. Si disse allora che il nuovo sistema era in realtà a cambi flessibili e non avrebbe avuto bisogno di riserve, perché i cambi si sarebbero aggiustati seguendo le bilance dei pagamenti degli stati. Il vecchio e illustre economista Sir Roy Harrod previde invece che il nuovo sistema avrebbe avuto bisogno di assai più riserve di quello precedente, perché bisognava capire che i vari paesi non avevano alcuna intenzione di farsi dettare il tasso di cambio dai mercati dove imperavano i movimenti di capitali a breve termine. Sir Roy ebbe ragione. Oggi di riserve ce ne sono 10.000 (diecimila) volte la quantità che c`era prima del 1971. Fino al 1998 il dollaro non ha avuto concorrenti come moneta di riserva. I paesi più importanti per scambi internazionali, Germania e Giappone, erano entrambi fortemente dipendenti dalle esportazioni, e non vollero mai accettare che il loro cambio col dollaro si rivalutasse, rendendo le loro esportazioni meno competitive. Non crearono riserve, perché mantennero positive le loro bilance dei pagamenti, esportando dunque capitali e assorbendo dollari, né più né meno come fanno ora la Cina, la Russia, i paesi del petrolio, il Brasile. Ma anche se avessero avuto bilance dei pagamenti in deficit, ciò non sarebbe bastato alle monete di questi paesi, allora come ora, per diventare monete di riserva. Occorre anche che il paese che emette una moneta di riserva sia un rilevante centro finanziario internazionale, e che la sua moneta sia usata come preferibile veicolo di scambio tra altre monete sul mercato dei cambi. Occorre che tale moneta sia pure usata per denominare transazioni sia commerciali che finanziarie. Da quando è nato l`euro, è cessata la responsabilità di paesi individuali per la moneta unica europea. Essa è passata a quella esclusiva della Bce. L`euro rappresentando una massa economica totale pari a quella degli Stati Uniti, è stato dall`inizio il candidato naturale a costituire la seconda moneta di riserva del sistema monetario internazionale. Esso è anche la moneta di un`area che non è in surplus di pagamenti col resto del mondo e nella quale ci sono sia paesi forti che paesi più deboli. I mercati finanziari dei paesi dell`euro si stanno velocemente integrando tra loro e sono comparabili, grosso modo, a quello degli Stati Uniti. C`è tuttavia una novità importante. I due mercati finanziari atlantici, quello europeo e quello americano, si stanno anch`essi velocemente integrando tra loro, cosa che non accadde nel caso di Usa e Giappone e non accade tra Usa e Cina. La Fed e la Bce non intervengono a modificare il corso di mercato delle loro rispettive monete, e i flussi finanziari tra zona euro e Stati Uniti sono del tutto liberi. Inoltre esiste,
come ha documentato uno studio della Bis, un importante flusso di transazioni finanziarie che collega i mercati americani e quelli dei principali centri offshore, che quindi, tramite New York, servono anche il mercato finanziario della zona euro. Tutti questi elementi servono a inquadrare la peculiare situazione che il sistema monetario internazionale sta vivendo attualmente. Sono allo stesso tempo deboli tutt`e due le valute di riserva, euro e dollaro. Non vale la regola semplice, secondo la quale ad un euro forte corrisponde un dollaro debole. Le monete forti di oggi sono esplicitamente il franco svizzero, lo yen e le monete dei paesi esportatori di materie prime, come Australia e Nuova Zelanda. Lo sono, invece, solo potenzialmente, perché le autorità monetarie che le controllano non accettano la rivalutazione su dollaro ed euro e intervengono pesantemente ma con solo parziale successo sui mercati dei cambi, il Renmimbi cinese e il Real brasiliano, la lira turca e altre monete di paesi esportatori di materie prime, che accumulano riserve. Queste riserve sono per lo più in dollari, ma la loro componente in euro ha cominciato a diventare cospicua, superando il 40% del totale. La Cina, in particolare, ha cominciato ad accumulare titoli di stato dei paesi euro, anche di quelli del Sud Europa, per far accettare l`enorme surplus commerciale che ha nei confronti dei paesi euro, e anche per motivi precauzionali e di politica estera nei confronti degli Stati Uniti. La Cina, forse nel futuro non immediato, deciderà di aprire il proprio mercato finanziario interno liberandolo dai controlli di capitale e dalle altre estese restrizioni che permettono al governo di Pechino di mantenere la libertà di gestione della propria politica monetaria. Per ora, tuttavia, non sembra ancora aver deciso per una decisa liberalizzazione finanziaria. E, con gli attuali estesi problemi debitori che affliggono le comunità locali cinesi, non è probabile che il giorno della liberalizzazione finanziaria sia prossimo. La moneta cinese resterà dunque ancora per parecchio lontana dall`assumere lo status di moneta di riserva. Si nota che una parte della dirigenza cinese preferirebbe andare più risolutamente verso la liberalizzazione e l`uso del Renmimbi come moneta di riserva, ma dopo un apparente prevalere di tate corrente l`anno scorso, ora sembra ci si diriga verso una assai maggior prudenza. In realtà, se non si devono fare i conti con le necessità, anche occupazionali, di una piazza finanziaria internazionale già esistente e non si vedono i vantaggi derivanti dal far tenere la propria moneta a investitori stranieri, mancando un deficit strutturale della bilancia commerciale e invece si dipende ancora fortemente da una poderosa industria di esportazioni come volano dell`economia, i vantaggi netti derivanti dallo status di moneta di riserva non sono molto elevati. Ancor oggi, ad esempio, un grande paese come la Germania preferisce l`integrazione finanziaria con gli Stati Uniti, come testimonia la fusione tra la borsa di Francoforte e quella di New York, alla diretta costruzione di una piazza finanziaria internazionale in Germania. Si corrono rischi, come è accaduto alle banche tedesche con i mutui subprime americani, ma si mantiene la struttura di successo della propria economia, basata sulle esportazioni di prodotti industriali. A queste considerazioni se ne deve aggiungere una importantissima: per la prima volta in molti decenni, sulle due sponde dell`Atlantico si segue, ormai da tre anni, la stessa politica monetaria, di espansione a oltranza per impedire prima gli effetti peggiori della crisi e poi fomentare una ripresa dell`economia reale. Il fiume di denaro creato dalla Fed e dalla Bce è riuscito finora a tenere deboli entrambe le monete di riserva, inchiodando i tassi di interesse su livelli prima impensati in tempo di pace. Sia la Fed che la Bce hanno tenuto finora in assai limitata considerazione i rincari nei prezzi delle materie prime che questa politica monetaria di medesimo segno e portata ha indotto. I paesi sviluppati, infatti, usano molto meno materie prime, proporzionalmente, di quelli emergenti. Solo per la benzina questo non è ancora vero ed è questo un cruccio che affligge i governatori di entrambe le banche centrali delle due monete di riserva. La Bce aveva, a dire il vero, deciso di trovarsi di fronte a una solida ripresa dell`economia europea e fatto anti vedere il passaggio in tempi brevi ad una minore espansione monetaria. Ma la crisi del debito sovrano dei paesi periferici della zona euro li ha costretti ad un rinvio, che speriamo breve solo perché sarebbe il segno che tale crisi è finita. Date le incertezze della dirigenza politica europea, che passano da una non decisione all`altra in merito ai debiti sovrani sopraddetti,
temiamo però che per tale segno dovremo invece aspettare ancora a lungo. A meno che Mario Draghi non voglia seguire i numerosi esempi di governatori che si insediano e che vogliono mostrare la propria risolutezza aumentando i tassi. Ma lo conosciamo come persona abbastanza prudente e intellettualmente sicura da non aver bisogno di questi gesti teatrali.

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