31 gennaio 2012

La nota del mattino del 31/01/2012.

1. GLI INTERESSI DI FRAU MERKEL PESANO SUGLI ACCORDI EUROPEI. SI FANNO PASSI IN AVANTI E L’ITALIA OTTIENE QUANTO CHIEDEVA. MA RESTANO LE INCERTEZZE, A PARTIRE DA GRECIA E PORTOGALLO.
Il Consiglio d’Europa (la riunione dei capi di Stato e di governo dei 27 paesi che fanno parte dell’Unione europea) si è concluso ieri con alcuni importanti accordi, la cui portata complessiva è stata tuttavia limitata dalla pervicace posizione della Germania, giustificata dagli interessi elettorali della cancelliera Angela Merkel, sempre più sensibile agli umori della popolazione tedesca (niente soldi in aiuto dei paesi più deboli senza rigore o addirittura senza sanzioni) in vista delle prossime elezioni politiche.
L’accordo principale riguarda il cosiddetto Fiscal compact, trattato sulla finanza pubblica. L’intesa è stata firmata solo da 25 paesi su 27 (esclusa Gran Bretagna e Repubblica Ceca) e prevede: a) tutti i membri dell’Unione firmatari devono inserire una norma sull’obbligo di pareggio di bilancio nella Costituzione (si potrà sforare ma non più di una somma equivalente allo 0,5 per cento del Prodotto interno lordo, cioè di tutta la ricchezza che un paese riesce a produrre in un anno); b) tutti i paesi che hanno un debito superiore al 60 per cento del Pil dovranno rientrare al di sotto di questa soglia entro i prossimi 20 anni, tenendo però conto come chiesto dall’Italia di diversi fattori attenuanti.
Molte resistenze sono venute per diverse ragioni da sette paesi: Gran Bretagna, Austria, Ungheria, Polonia, Repubblica ceca, Finlandia, Slovacchia. In parte erano dovute essenzialmente a una forma di protesta contro la tendenza della Germania a voler mettere le mani direttamente nelle faccende interne di altri Stati, come è accaduto con la Grecia e la richiesta esplicita di un commissariamento volto a verificarne la politica economica. In parte (La Polonia) all’assenza di coinvolgimento nelle decisioni e nelle discussioni dell’Eurogruppo (i paesi che hanno adottato l’euro come moneta). In parte perché contrari a mettere nero su bianco una norma che negherebbe ogni possibile azione pubblica a rilancio dell’economia (Gran Bretagna, contraria anche a ogni forma di regolamentazione finanziaria).
Un secondo accordo ha riguardato la necessità di avviare un’iniziativa specifica per rilanciare l’economia e l’occupazione. Saranno mobilitati circa 82 miliardi di euro di fondi europei non ancora spesi (quasi 8 per l’Italia). Un passaggio che oggi è stato accolto in tutta Europa come un grande passo in avanti.
Infine, è stato stabilito che verrà creato il fondo salva Stati permanente (European Stability mechanism), ma ancora non è chiaro se avrà a disposizione 500 miliardi di euro come pensa la Germania o 750 come chiedono tutti gli altri europei.
Mentre l’Europa è impegnata a fare questi faticosi passi in avanti, la Grecia ancora non ha chiuso l’accordo con i propri creditori (che dovrebbero perdere il 70 per cento del capitale investito in titoli greci) e il Portogallo è entrato in zona pericolo per un possibile fallimento.

2. I TAGLI AI COSTI DELLA POLITICA DIVENTANO REALTA’. MA ADESSO BISOGNA METTERE IL TURBO ALLE RIFORME PER UNA BUONA POLITICA. L’OFFENSIVA DEL PD.
Dopo la manovra che ha messo al sicuro la finanza pubblica italiana, il decreto sulle liberalizzazioni e quello sulle semplificazioni, ieri il presidente del Consiglio ha varato un decreto attuativo per mettere un tetto alle retribuzioni dei manager pubblici e dei massimi dirigenti statali. Cifra massima, 310 mila euro lordi l’anno, lo stesso stipendio del presidente della Corte di Cassazione. Sempre ieri la Camera ha deciso di tagliare stipendi e rimborsi dei deputati. Un altro passo in avanti verso il taglio dei costi della politica.
Ora però, oltre ai costi della politica, bisogna mettere in campo anche le riforme per la buona politica (ieri il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è tornato a invocare una iniziativa forte dei partiti in questo senso). Il Partito democratico ha avviato da tempo un’offensiva in questo senso. Riforma elettorale, riduzione del numero dei parlamentari, riforma del bicameralismo, riforma dei regolamenti parlamentari: sono queste le mete da raggiungere in fretta. Dario Franceschini e Anna Finocchiaro hanno chiesto ai presidenti di camera e Senato di mettere subito in discussione la riforma della legge elettorale. Il Pd si appresta anche a lanciare un’offensiva di mobilitazione in tutta Italia su questi temi.

3. LA BATTAGLIA DI OGGI CONTRO L’EVASIONE FISCALE DIMOSTRA CHE IL GOVERNO DELLA DESTRA NON L’HA VOLUTA FARE. TUTTA L’ITALIA PAGA QUELLA SCELTA. IL CENTROSINISTRA INVECE HA FATTO SUL SERIO LA LOTTA ALL’EVASIONE COME LE LIBERALIZZAZIONI. NON BISOGNA DIMENTICARLO.
Continua il battage informativo sulle iniziative contro l’evasione fiscale. Ieri è stato reso noto che la presenza dei finanzieri e dei dipendenti della Agenzia delle Entrate nel fine settimana a Milano ha fatto lievitare di oltre il 40 per cento gli affari degli esercizi messi sotto sorveglianza. A testimoniare il livello iperbolico dell’evasione fiscale in Italia. Ma non solo. Tutte le iniziative della Guardia di finanza e dell’Agenzia delle entrate dimostrano che la lotta all’evasione fiscale si può fare oggi, ma si poteva fare anche prima. Coloro che oggi conducono blitz e ricerche sono gli stessi che erano ieri al lavoro con il governo Berlusconi. E dunque la lotta all’evasione fiscale è un problema di volontà politica: il governo della destra ha voluto pervicacemente
bloccare tutte le norme, gli strumenti e le iniziative che il centrosinistra aveva messo in campo. E oggi tutta l’Italia è costretta a pagare il contro di questa scelta scellerata.
Non bisogna dimenticare infatti che non è vero che nessun governo ha mai fatto nulla contro l’evasione fiscale (altrimenti perché il centrosinistra e Visco in particolare sarebbero stati attaccati tanto duramente dai giornali berlusconiani nel periodo 2006-2008?), così come non è vero che per la prima volta si sta facendo qualcosa per le liberalizzazioni (fatte largamente e con successo dal centrosinistra e da Bersani, ma bloccate e ritirate dal governo di Berlusconi, Bossi e Tremonti). L’operazione “perdita della memoria” e confusione delle responsabilità della destra con quelle del centrosinistra va combattuta aspramente.

4. VIGILIA DI CONFRONTO SUL LAVORO. RESTARE AI FATTI, DIFFIDARE DELLE CHIACCHIERE.
Domani si riuniscono imprenditori e sindacati in vista del confronto con il governo di giovedì su occupazione, precarietà e riforma del mercato del lavoro. Non vi sono documenti o bozze già pronte scritti dal governo. Non vi sono posizioni precostituite. Ma in questi giorni i principali quotidiani del paese, per larga parte espressione di azionisti industriali, di grandi banche e di grandi società assicurative, premono sul sindacato per ammorbidirne le posizioni. Ma nulla è predeterminato. L’importante, come fu nel 1992 e nel 1993, è che al tavolo del confronto con il governo si trovino soluzioni largamente condivise e che garantiscano coesione sociale e percorsi condivisi insieme all’innovazione necessaria per dare competitività all’Italia.

5. LA MINACCIA DI SCENDERE IN PIAZZA CONTRO LA MAGISTRATURA, LA MINACCIA DI FAR SALTARE IL GOVERNO MONTI SE LA MAGISTRATURA CONDANNA BERLUSCONI E L’ASSENZA DEL PDL AI FUNERALI DI SCALFARO SONO FACCE DIVERSE DELLA STESSA REALTA’: LA DESTRA NON AMA LE REGOLE.
L’assenza della prima fila del Pdl ai funerali di Oscar Luigi Scalfaro è stata ieri plateale. Era dovuta a una ragione semplice: Scalfaro si oppose allo scioglimento delle Camere, quando la Lega si sfilò dal primo governo Berlusconi, per la semplice ragione che in Parlamento esisteva una maggioranza che sosteneva un altro governo. Ma la destra non ha mai digerito il rispetto delle regole e della Costituzione, soprattutto quando vanno contro gli interessi del capo.
E’ una diversa faccia di una stessa realtà rispetto all’annuncio di una possibile crisi di governo ad opera di Berlusconi alle Idi di marzo (l’ex ministro leghista Calderoli dixit) o alla minaccia di organizzare manifestazioni di massa contro la magistratura se Berlusconi venisse condannato in uno dei diversi processi che stanno giungendo a conclusione e che lo riguardano (Mills, Ruby, Unipol, e così via). In altre parole: la destra non sopporta le regole.

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