La nota rivista di musica in un editoriale prende le distanze dalla politica di Matteo Salvini e lancia un appello a intellettuali e artisti: “Chi tace è complice”
La redazione della rivista ha lanciato così il suo messaggio contro “un’Italia sempre più cattiva, lacerata, incapace di sperare e di avere fiducia negli altri e nel futuro. Un’Italia rabbiosa e infelice. Fa ancora più male prendere atto che questa rabbia si è fatta potere. Non vogliamo che il nostro Paese debba trovare un nemico per sentirsi forte e unito. Per questo non possiamo tacere”.
E Rolling Stone, che da sempre è una rivista impegnata nella vita politica e sociale, ha voluto prendere una posizione chiara, ha voluto far sapere a tutti da che parte sta di fronte a dei “valori sui quali abbiamo costruito la civiltà, la convivenza” e che ora “sono messi in discussione”. “Ci troviamo costretti – si legge ancora nell’editoriale – a battaglie di retroguardia, su temi che consideravamo ormai patrimonio condiviso e indiscutibile. I sedicenti “nuovi” sono in realtà antichi e pericolosi, cinicamente pronti a sfruttare paure ancestrali e spinte irrazionali”.
Per questo la rivista ha chiesto ad artisti e intellettuali di aderire all’appello e in tanti in queste ore lo stanno facendo, da Daria Bignardi a Erri De Luca e Chef Rubio, da Michele Serra ad Alessandro Robecchi e ancora attori e fumettisti come Carolina Crescentini, Anna Foglietta e Marco D’Amore, Gipi e Zerocalcare, registi come Daniele Vicari e Gabriele Muccino e ovviamente cantanti e musicisti come Elisa, Lo Stato Sociale, Fiorella Mannoia, Emma Marrone, i Negramaro e i Tre Allegri Ragazzi Morti.
7 luglio 2018
5 luglio 2018
Una maglietta rossa per fermare l'emorragia di umanità
Una #magliettarossa per #fermarelemorragia di umanità
Sabato 7 luglio
indossiamo una maglietta rossa per un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà
Rosso è il colore che ci invita a sostare. Ma c’è un altro rosso, oggi, che ancor più perentoriamente ci chiede di fermarci, di riflettere, e poi d’impegnarci e darci da fare. È quello dei vestiti e delle magliette dei bambini che muoiono in mare e che a volte il mare riversa sulle spiagge del Mediterraneo. Di rosso era vestito il piccolo Aylan, tre anni, la cui foto nel settembre 2015 suscitò la commozione e l’indignazione di mezzo mondo. Di rosso erano vestiti i tre bambini annegati l’altro giorno davanti alle coste libiche. Di rosso ne verranno vestiti altri dalle madri, nella speranza che, in caso di naufragio, quel colore richiami l’attenzione dei soccorritori.
3 luglio 2018
LA NEWSLETTER DI ENRICO BRAMBILLA
Sabato 30 Giugno 2018
La Resistenza in Brianza
Cacciati dalle ex roccaforti tosco-emiliane i democratici resistenti alle armate pentaleghiste hanno trovato rifugio, in questa tornata amministrativa, nella velenosa Brianza (cit.Battisti). Dopo la riconferma, un paio di settimane fa, di Mariarosa Redaelli a Macherio, i ballottaggi di domenica scorsa ci hanno visti vincenti a Brugherio, Nova Milanese e, soprattutto, a Seregno. Pur con l’amarezza delle perdite di Carate e Seveso (e Cogliate prima) il risultato complessivo è da ritenersi buono e ci consente di mantenere la maggioranza in Provincia. Il prossimo anno ci sarà un test impegnativo, con una trentina di comuni al voto. Possiamo affrontarlo con un po’ più di ottimismo.
30 giugno 2018
Occorre che diamo un senso alla nostra vita
Ma non quello bello e che tutti vedono. Quello, per intenderci, che il mondo vorrebbe darci, se accettiamo di vendere la nostra anima. Non quello che la modernità tecnica vorrebbe proporci per essere vincenti e felici secondo il sistema vigente e trionfante, ma quel giro di boa che consiste nell’affacciarsi sull’infinito ed i cui cavalieri dell’apocalisse scorrono, oggi più che mai, le praterie della storia.
Non mi stancherò mai di ripetere che oggi occorre modificare modus vivendi ritornando dentro i limiti che la natura ha posto a salvaguardia del pianeta. Se faremo ciò i nostri successori ci ringrazieranno.
Il sistema di vita attualmente in auge purtroppo non lascia speranza di un benché minimo rientro nel limite naturale e, anche se qualcuno rimane un ottimista inveterato, c’è da chiedersi quanta parte di ottimismo nasce dalla speranza e non piuttosto dalla convenienza o dalla disperazione.
Quello che conta al termine della vita è avere amato. Come questa storiella racconta.
L’uomo nel pozzo
Un uomo cadde in un pozzo da cui non riusciva a uscire.
Non mi stancherò mai di ripetere che oggi occorre modificare modus vivendi ritornando dentro i limiti che la natura ha posto a salvaguardia del pianeta. Se faremo ciò i nostri successori ci ringrazieranno.
Il sistema di vita attualmente in auge purtroppo non lascia speranza di un benché minimo rientro nel limite naturale e, anche se qualcuno rimane un ottimista inveterato, c’è da chiedersi quanta parte di ottimismo nasce dalla speranza e non piuttosto dalla convenienza o dalla disperazione.
Quello che conta al termine della vita è avere amato. Come questa storiella racconta.
L’uomo nel pozzo
Un uomo cadde in un pozzo da cui non riusciva a uscire.
28 giugno 2018
22 giugno 2018
Assemblea aperta
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Il Circolo del PD convoca una
Assemblea aperta
Discuterà con noi il sen. Roberto Rampi
Lunedì 25 giugno 2018
presso la sede in via Mattavelli 8
dalle ore 21 alle ore 23
presso la sede in via Mattavelli 8
dalle ore 21 alle ore 23
Odg:
1- La nuova situazione politica italiana: come fare opposizione ?
2- Sulbiate: definizione obiettivi futuri e collaborazione con gli altri Circoli
3- Quali prossime iniziative prendere ?
4- Conclusione tesseramento 2018
1- La nuova situazione politica italiana: come fare opposizione ?
2- Sulbiate: definizione obiettivi futuri e collaborazione con gli altri Circoli
3- Quali prossime iniziative prendere ?
4- Conclusione tesseramento 2018
L’Assemblea è aperta ad amici, sostenitori e a tutti coloro che vogliono confrontarsi su come fare Politica.
21 giugno 2018
Il mio nome non è Rifugiato
“La mia mamma mi ha detto: dobbiamo andare via da questa città, è pericolosa per noi. Vuoi sapere cosa faremo?
Dovremo salutare i nostri amici. Puoi preparare lo zaino, ma mi raccomando: prendi solo quel che riesci a portare.
Ci sarà da correre, camminare, camminare, camminare. E da aspettare, aspettare, aspettare, aspettare.
Dormiremo in posti insoliti.
Sentiremo parole che non capiremo.
E vedrai, quelle parole sconosciute comincerai a capirle.
Ti chiameranno Rifugiato. Ma ricorda: il tuo nome non è Rifugiato.”
Nel 2017, secondo l’ultimo report dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, il numero delle persone che hanno dovuto abbandonare le proprie case per fuggire dalla guerra, dalle persecuzioni e dalla povertà ha raggiunto i 68 milioni. Tra queste, il 53% sono bambini. Costretti a compiere da soli, o con le loro famiglie, un viaggio che facciamo fatica a immaginare, nel quale si può perdere tutto, anche il proprio nome. Ma non la propria identità. Perché coloro che chiamiamo “gli altri” sono persone e hanno gli stessi nostri diritti.
Dovremo salutare i nostri amici. Puoi preparare lo zaino, ma mi raccomando: prendi solo quel che riesci a portare.
Ci sarà da correre, camminare, camminare, camminare. E da aspettare, aspettare, aspettare, aspettare.
Dormiremo in posti insoliti.
Sentiremo parole che non capiremo.
E vedrai, quelle parole sconosciute comincerai a capirle.
Ti chiameranno Rifugiato. Ma ricorda: il tuo nome non è Rifugiato.”
Nel 2017, secondo l’ultimo report dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, il numero delle persone che hanno dovuto abbandonare le proprie case per fuggire dalla guerra, dalle persecuzioni e dalla povertà ha raggiunto i 68 milioni. Tra queste, il 53% sono bambini. Costretti a compiere da soli, o con le loro famiglie, un viaggio che facciamo fatica a immaginare, nel quale si può perdere tutto, anche il proprio nome. Ma non la propria identità. Perché coloro che chiamiamo “gli altri” sono persone e hanno gli stessi nostri diritti.
L'edizione dell'albo illustrato "Il mio nome non è Rifugiato" di Kate Milner è un progetto della casa editrice Les Mots Libres in collaborazione con Emergency.
16 giugno 2018
Carceri, la denuncia del Garante: "Negli hotspot violati i diritti fondamentali delle persone straniere"
La relazione annuale al Parlamento. Il diritto al lavoro dietro le sbarre garantito solo a uno su 3. La proposta: "Per i transessuali creare sezioni specifiche negli istituti femminili"
di ALESSANDRA ZINITI (Repubblica)
15 giugno 2018
Le condizioni dei migranti negli hotspot ma anche dei detenuti nelle strutture per minori, nei reparti speciali del 41 bis, nei reparti ospedalieri protetti, dei transgender. C'è un monitoraggio variegato del panorama delle carceri italiane nella relazione annuale al Parlamento del garante nazionale dei detenuti Mario Palma, consegnata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e presentata oggi alla presenza del presidente della Camera Roberto Fico e del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
di ALESSANDRA ZINITI (Repubblica)
15 giugno 2018
Le condizioni dei migranti negli hotspot ma anche dei detenuti nelle strutture per minori, nei reparti speciali del 41 bis, nei reparti ospedalieri protetti, dei transgender. C'è un monitoraggio variegato del panorama delle carceri italiane nella relazione annuale al Parlamento del garante nazionale dei detenuti Mario Palma, consegnata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e presentata oggi alla presenza del presidente della Camera Roberto Fico e del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
11 giugno 2018
La rigenerazione urbana di Monza.
Una scommessa senza grattacieli né archistar
Scritto da Francesca Pontani
Rigenerare - lo dice il termine stesso - significa, in ambito urbano, approcciarsi all’evoluzione di un tessuto edificato e non, attraverso una serie di continue demolizioni, ricostruzioni e ri-funzionalizzazioni delle sue parti che tengano conto delle esigenze specifiche del contesto.
Restringendo l’analisi all’ambito italiano si può definire il fenomeno della rigenerazione urbana diviso in tre cicli.
1. La riqualificazione dei centri storici (ancora in gran parte incompiuta) che ha avuto inizio durante gli anni ’70.
2. Il recupero delle aree dismesse (un processo ancora in corso in molti centri come per esempio proprio Monza) iniziato sul finire degli anni ’80.
3. La riqualificazione dei quartieri residenziali costruiti nella seconda metà del ’900. Costruiti con criteri di bassa qualità edilizia, architettonica e urbanistica e sostegno alle politiche di mobilità sostenibile e quant'altro possa servire come attrattore per ripopolare le aree dismesse.
Scritto da Francesca Pontani
Rigenerare - lo dice il termine stesso - significa, in ambito urbano, approcciarsi all’evoluzione di un tessuto edificato e non, attraverso una serie di continue demolizioni, ricostruzioni e ri-funzionalizzazioni delle sue parti che tengano conto delle esigenze specifiche del contesto.
Restringendo l’analisi all’ambito italiano si può definire il fenomeno della rigenerazione urbana diviso in tre cicli.
1. La riqualificazione dei centri storici (ancora in gran parte incompiuta) che ha avuto inizio durante gli anni ’70.
2. Il recupero delle aree dismesse (un processo ancora in corso in molti centri come per esempio proprio Monza) iniziato sul finire degli anni ’80.
3. La riqualificazione dei quartieri residenziali costruiti nella seconda metà del ’900. Costruiti con criteri di bassa qualità edilizia, architettonica e urbanistica e sostegno alle politiche di mobilità sostenibile e quant'altro possa servire come attrattore per ripopolare le aree dismesse.
10 giugno 2018
È il momento di decidere da che parte stare
Il neo-premier afferma che sono finite le visioni del mondo, le ideologie, ma nella coalizione c’è fortissima quella della Lega. E se il M5S non vuole farsi assorbire, dovrà prendere una sua posizione. E anche l'opposizione deve rigenerarsi di Marco Damilano
Pierre Carniti è morto mentre il Senato votava la prima fiducia al nuovo governo. Aveva 81 anni, la voce roca dal fumo dei sigari e dai mille comizi, era nato a Castellone, papà operaio, «a casa eravamo in otto e c’erano due stanze, una per viverci, l’altra per dormire, abbiamo fatto la fame. Non mi chiedete quale è stato il mio primo incontro con la realtà che chiede aiuto al sindacato: io dentro questa realtà ci sono nato...», raccontava. Divenne il capo dei metalmeccanici della Fim-Cisl all’inizio degli anni Settanta, durante l’autunno caldo, 270 mila tute blu iscritte, e poi segretario della Cisl. Un riformista, un cattolico non democristiano, un socialista. «Ha grinta, tenacia, è intransigente, uomo dai rancori lunghi, le sue famose furie improvvise gli salgono alla gola anche durante le trattative, “quando vogliono farmi credere che Gesù era morto di freddo”», lo raccontava Giampaolo Pansa.
Soumayla Sacko aveva 29 anni, era venuto dal Mali, viveva in Calabria, era sindacalista anche lui, impegnato nell’Usb, l’Unione sindacale di base. Organizzava le lotte per i diritti dei braccianti agricoli sfruttati nella piana di Gioia Tauro e costretti a vivere nell’inferno della tendopoli di San Ferdinando. Lo hanno ucciso a fucilate mentre stava raccogliendo lamiere abbandonate per le baracche con due compagni. Lavoratori pagati due euro all’ora, senza nessun rispetto delle condizioni minime di lavoro, come racconta l’inchiesta di Antonello Mangano in edicola sull'Espresso da domenica 10 giugno.
Pierre Carniti e Soumayla Sacko erano due sindacalisti, di due epoche diverse. Due difensori dei lavoratori, in un tempo antico e nel nostro presente. L’Italia passata in tempi brevissimi nel dopoguerra dalla fame al benessere, dal sindacato dei poveri al pan-sindacalismo dei diritti, delle rivendicazioni (e dei privilegi di una generazione) negli anni Settanta-Ottanta, prima della grande ristrutturazione capitalista. E l’Italia dei giorni nostri, del lavoro atomizzato, precario, il lavoro che non c’è, l’Italia dei nuovi fantasmi, gli invisibili con regolare permesso di soggiorno e ridotti a schiavi, senza cittadinanza e senza il diritto di esistere. Nella diversità della loro vita e della loro fine, specchio delle abissali trasformazioni del Paese in questi decenni, sono stati due combattenti, di parte, certi della parte che avevano deciso di rappresentare, sicuri di stare da una parte sola.
Pensavo a Carniti e a Soumayla mentre assistevo da una tribuna di Palazzo Madama all’esordio parlamentare della squadra ministeriale presieduta dal professor Giuseppe Conte. Eccolo, il Governo del Cambiamento.
Pierre Carniti è morto mentre il Senato votava la prima fiducia al nuovo governo. Aveva 81 anni, la voce roca dal fumo dei sigari e dai mille comizi, era nato a Castellone, papà operaio, «a casa eravamo in otto e c’erano due stanze, una per viverci, l’altra per dormire, abbiamo fatto la fame. Non mi chiedete quale è stato il mio primo incontro con la realtà che chiede aiuto al sindacato: io dentro questa realtà ci sono nato...», raccontava. Divenne il capo dei metalmeccanici della Fim-Cisl all’inizio degli anni Settanta, durante l’autunno caldo, 270 mila tute blu iscritte, e poi segretario della Cisl. Un riformista, un cattolico non democristiano, un socialista. «Ha grinta, tenacia, è intransigente, uomo dai rancori lunghi, le sue famose furie improvvise gli salgono alla gola anche durante le trattative, “quando vogliono farmi credere che Gesù era morto di freddo”», lo raccontava Giampaolo Pansa.
Soumayla Sacko aveva 29 anni, era venuto dal Mali, viveva in Calabria, era sindacalista anche lui, impegnato nell’Usb, l’Unione sindacale di base. Organizzava le lotte per i diritti dei braccianti agricoli sfruttati nella piana di Gioia Tauro e costretti a vivere nell’inferno della tendopoli di San Ferdinando. Lo hanno ucciso a fucilate mentre stava raccogliendo lamiere abbandonate per le baracche con due compagni. Lavoratori pagati due euro all’ora, senza nessun rispetto delle condizioni minime di lavoro, come racconta l’inchiesta di Antonello Mangano in edicola sull'Espresso da domenica 10 giugno.
Pierre Carniti e Soumayla Sacko erano due sindacalisti, di due epoche diverse. Due difensori dei lavoratori, in un tempo antico e nel nostro presente. L’Italia passata in tempi brevissimi nel dopoguerra dalla fame al benessere, dal sindacato dei poveri al pan-sindacalismo dei diritti, delle rivendicazioni (e dei privilegi di una generazione) negli anni Settanta-Ottanta, prima della grande ristrutturazione capitalista. E l’Italia dei giorni nostri, del lavoro atomizzato, precario, il lavoro che non c’è, l’Italia dei nuovi fantasmi, gli invisibili con regolare permesso di soggiorno e ridotti a schiavi, senza cittadinanza e senza il diritto di esistere. Nella diversità della loro vita e della loro fine, specchio delle abissali trasformazioni del Paese in questi decenni, sono stati due combattenti, di parte, certi della parte che avevano deciso di rappresentare, sicuri di stare da una parte sola.
Pensavo a Carniti e a Soumayla mentre assistevo da una tribuna di Palazzo Madama all’esordio parlamentare della squadra ministeriale presieduta dal professor Giuseppe Conte. Eccolo, il Governo del Cambiamento.
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