3 novembre 2013

I patemi di un partito

La scelta di anteporre i Congressi provinciali del PD a quello nazionale è stata condizionata dalle modalità di questa troppo lunga attesa del momento congressuale, che sommava da un lato l’impazienza di Matteo Renzi e la procrastinazione del gruppo di potere che si era riunito introno alla Segreteria di Pierluigi Bersani, e che pure rappresentava interessi e posizioni politiche diverse, accomunate dalla diffidenza nei confronti dell’irruenza e del “novitismo” del Sindaco di Firenze.
Il disegno, nemmeno troppo nascosto, era quello di limitare il potere di colui che pareva (e pare) ineluttabilmente destinato a vincere le elezioni popolari dell’ 8 dicembre per l’elezione del Segretario mettendogli accanto una rete di Segretari di Federazione eletti solo dai tesserati e quindi, si presumeva, più legati alla visione tradizionale del Partito: pesi e contrappesi, insomma, oppure, secondo una visione meno simpatetica, intralci preventivi all’azione di Renzi come capo del Partito.
Solo che ovviamente la manovra veniva colta dal campo avverso, soprattutto dopo che in esso era transitato in uscita dalla vecchia maggioranza il gruppo di Area democratica che fa capo a Franceschini e Fassino , e veniva quindi imposta la possibilità di continuare il tesseramento fin il giorno stesso del voto; nello stesso tempo, però,si stabiliva che l’eventuale secondo turno fra i candidati che avessero ottenuto il maggior numero di voti senza aver raggiunto in prima istanza la maggioranza assoluta venisse devoluto all’Assemblea provinciale e non nuovamente ai Circoli.
Insomma, un sistema contraddittorio, dominato da esigenze diverse, che peraltro si esponeva a rischi non secondari come quello del rigonfiamento delle tessere – poi puntualmente verificatosi- da un lato perchè la fase congressuale era in se stessa un antidoto al clima depressivo del tesseramento stesso indotto dai molti errori commessi dal PD in quest’anno, dalla gestione a dir poco svogliata della campagna elettorale fino al solenne pasticcio delle mancate elezioni al Colle di Marini e Prodi, per arrivare al Governo delle larghe intese con una delle destre più eversive d’Europa e concludere con il pasticcio dell’Assemblea nazionale di fine settembre che non riusciva ad approvare un regolamento congressuale più sensato.
D’altro canto, era impensabile che i gruppi più legati a Renzi permettessero alla parte avversa, di cui Gianni Cuperlo è il volto più che rispettabile, di controllare le strutture intermedie di un partito che ha bisogno di essere rinnovato nel suo complesso, e per far questo hanno dovuto ricorrere all’arma di un tesseramento massiccio che si spera sia anche il riflesso di una positiva tensione al cambiamento.
Certamente lo stile di Renzi e di molti dei suoi è urticante, dominato talvolta da un’ansia comunicativa così esasperata da condurre al semplicismo se non al battutismo: non si può però non vedere come la vecchia “ditta” che vede di nuovo riuniti, sia pure in modo riluttante, Bersani e D’Alema nel sostegno a Cuperlo non abbia saputo rispondere alle sfide in altro modo che non sia il puro e semplice arroccamento.
Lo ha dimostrato, ad esempio, la vicenda della Federazione milanese, dove ad un periodo di gestione confusa da parte di un gruppo giovane negli anni ma irrimediabilmente vecchio nelle idee e nei comportamenti ha fatto riscontro una fase congressuale in cui non vi è stata nessuna concessione alle istanze di rinnovamento, e la “ditta” si è ripresentata al completo dietro una candidata anch’essa rispettabile ma simbolo di una stagione non felice della vita del Partito ed espressione di un conservatorismo senza idea del futuro.
Nel 1968 , di fronte al ribollire delle istanze studentesche ed operaie che contestavano il sistema di potere di cui egli era parte ed in qualche modo , anzi, il vertice, Aldo Moro ebbe a dire che la vera attitudine del riformista è quella di stare dalla parte del nuovo che nasce, per quanto confusi e per certi versi contraddittori siano i suoi contorni.
Quelle parole valgono ancora oggi, in una fase tanto diversa, in cui però veramente si deve mettere mano alle forme dell’agire politico per salvarne l’essenza stessa contro le brame dell’ antipolitica che, si badi bene, non allignano (soltanto) fra le fila dei partiti personali e/o patrimoniali, ma trovano una loro imprevisto terreno fertile anche fra coloro che dicono di difendere un’idea di politica “alta” ma in ultima analisi difendono soltanto una rendita di potere.

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