3 novembre 2013

STOP OMOFOBIA

Simone, l’urgenza del contrasto culturale

L’azione normativa non basta, occorre agire per diffondere il valore delle differenze di genere e renderlo fondamento di una nuova, sana e rispettosa, abitudine al convivere, a partire dalla scuola.
Valeria Fedeli - Europa

Stop omofobiaL’azione normativa non basta, occorre agire per diffondere il valore delle differenze di genere e renderlo fondamento di una nuova, sana e rispettosa, abitudine al convivere, a partire dalla scuola.
  
«L’Italia è un paese libero, ma esiste l’omofobia e chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza». Queste parole, le parole di Simone, 21 anni, romano, omosessuale, morto suicida, parole che sono un atto di accusa estremo verso il sistema Italia, hanno riecheggiato ieri sera a Roma tra i partecipanti alla mobilitazione contro omofobia e transfobia promossa dal Gay center. In un piccolo tratto di strada dietro il Colosseo, l’unico che nella città eterna si può apertamente chiamare gay street, si sono ritrovate donne e uomini, ragazze e ragazzi, eterosessuali, omosessuali, trans, persone unite, tra rabbia, indignazione e speranza, da una comune tensione a cambiare le cose.

È un mondo brutto quello che porta un ragazzo a suicidarsi per una assurda, meschina, colpevole discriminazione. Un mondo che opprime, che deride e mette all'angolo, che limita e giudica: questo siamo oggi.

Quando una ragazza o un ragazzo si scopre omosessuale, spesso nell'età fragile in cui si forma la propria personalità e si è più esposti al giudizio degli altri, in Italia si trova circondato da ignoranza e intolleranza: dalla famiglia, alla scuola, agli amici, al lavoro. Secondo un’indagine del Gay Center su quattromila studenti tra i 14 e i 18 anni il 5% si dichiara omosessuale e, tra loro, uno su tre ha pensato almeno una volta al suicidio. E per settanta ragazzi su cento la scuola e la famiglia sono i luoghi principali di discriminazione.

Siamo un paese che si nasconde dietro una normalizzante e ipocrita rappresentazione collettiva, che si perpetua nella rassicurante discriminazione del diverso, salvo trovarsi squarciata, esposta nella sua mostruosità, davanti al silenzio definitivo di una vita che non c’è più. Simone, e prima di lui altre ragazze e altri ragazzi, hanno preferito sparire per sempre piuttosto che essere ogni giorno umiliati nell'espressione viva della propria umanità, affettività, sessualità.

Quando siamo diventati un paese così? Come possiamo continuare a far finta di niente? Me lo chiedo da cittadina e da senatrice, sapendo che il ruolo che ricopro mi presenta concrete e pesanti responsabilità.

Non possiamo più aspettare, dobbiamo aggiungere – e mi impegnerò per questo – alle urgenze economiche, sociali e del lavoro, come ambiti su cui l’azione di governo e parlamento deve essere decisa e rapida, la stringente necessità di restituire all'Italia la civiltà dell’uguaglianza, della libertà, del rispetto.

Abbiamo iniziato in questi mesi a lavorare sui diritti delle donne, per contrastare il femminicidio e lavorare sul piano normativo, educativo e culturale per affermare una parità fondata sul riconoscimento delle differenze e portatrice di vere libertà. Il contrasto alla discriminazione omofoba deve unirsi a questa battaglia, prima di tutto calendarizzando e approvando in tempi brevi la legge contro l’omofobia e la transfobia. Poi serve una legge che riconosca le unioni di fatto e garantisca i diritti delle coppie omosessuali.

Ma l’azione normativa non basta, occorre agire sul cambiamento culturale, per diffondere il valore delle differenze di genere e renderlo fondamento di una nuova, sana e rispettosa, abitudine al convivere, a partire dalla scuola. Dobbiamo smettere di avere paura, non temere di sfidare vecchi tabù, riattivare il dibattito, con proposte anche radicali di cambiamento, e lanciare una stagione dei diritti e delle libertà.

Siamo impegnati per un nuovo racconto della cittadinanza dell’Italia e della dignità di tutti.

Si dice che questi siano temi etici. Ma l’etichetta di temi etici serve a nascondersi – a nasconderci – da cose che nella vita delle persone sono molto concrete, molto reali, presenti nella vita di tutti i giorni, che riguardano l’uguaglianza, e che per questo devono essere parte fondante, come da mandato costituzionale, della responsabilità che compete a chi rappresenta le istituzioni e a chiunque crede nell’Italia.

Fonte: Europa


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