17 gennaio 2011

La nota del mattino del 17/01/'11

Le principali notizie politiche a cura dell'Ufficio Circoli nazionale del PD.
1. BERLUSCONI DILAGA IN TV CON LA COMMEDIA DEL NONNO BUONO. LA MAGGIORANZA VA IN TILT SU RUBY E COMPAGNE. E INTANTO I PROBLEMI DEGLI ITALIANI RESTANO AL PALO.
Questa mattina il presidente della giunta parlamentare per le autorizzazioni a procedere, Pierluigi Castagnetti, rimuoverà i sigilli dal plico che ha inviato a Roma la procura della Repubblica di Milano sul caso Ruby-Berlusconi: centinaia di pagine con telefonate, prove, dati e testimonianze. Castagnetti e i suoi vice, Giuseppe Consolo di Fli e Domenico Zinzi dell`Udc, decideranno quando gli allegati potranno essere esibiti in una sala controllata dove poi i commissari della giunta potranno consultarli. Ma non fotocopiarli. Perché si tratta pur sempre di atti giudiziari di un`inchiesta ancora in corso, appena notificati alla difesa degli indagati. Nonostante tutte le cautele è chiaro che il contenuto degli atti verrà a conoscenza dell’opinione pubblica. E questo semplice fatto sta facendo tremare i polsi alla maggioranza, alle prese in questi giorni con la ricerca di nuovi adepti, ed ha spinto il presidente Silvio Berlusconi a fare una mossa d’anticipo, dilagando in tv con una dichiarazione di innocenza e con la pseudo rivelazione di essere fidanzato. Ugo Magri, giornalista che ben conosce il mondo berlusconiano, descrive così su La Stampa cosa stia accadendo, anche al di là del tentativo di non presentarsi davanti ai giudici nonostante le assicurazioni del primo momento: “Il mondo berlusconiano è in preda al panico. Pochi sanno che cosa c`è davvero nelle 400 pagine inviate dai magistrati alla Camera, ma chi vi ha dato uno sguardo non trova parole per raccontare. Lo stesso premier ha trascorso l`altra notte sfogliando le carte e ne è rimasto «profondamente sconvolto». Per il linguaggio crudo, da fare arrossire qualche scaricatore di porto, con cui le ragazze intercettate descrivono i festini di Arcore. E per i giudizi spietati, gonfi di sprezzo, che mandano in briciole il suo ego, che trasformano il Cavaliere umanamente in un mostro. A questo punto l`aspetto penale verrà dopo. Non per nulla gli avvocati Longo e Ghedini nemmeno sanno dire così, su due piedi, se il loro cliente dovrà appellarsi a qualche cavillo legale per schivare le domande della più terribile tra le inquisitrici, Ilda Boccassini. Prima della difesa legale, per Berlusconi viene quella urgente, urlata, disperata, della propria dignità di politico, di imprenditore, di padre e di nonno. Da domani sapremo quali orrendi segreti stanno nel plico su cui, ironia del destino, metterà la sua firma Fini da presidente della Camera. Ma soprattutto misureremo le reazioni collettive di indifferenza o di sdegno, e dunque le chances del Cavaliere di sopravvivere come in altri frangenti gli era miracolosamente riuscito. Una parte dei suoi ci crede ancora. Da Micciché alla Gelmini, da Bondi a Sacconi, da Cicchitto a Frattini, tutti si dichiarano pronti a immolarsi nell`ultima resistenza. Lo seguirebbero perfino all`inferno. Eppure, proprio nella guardia scelta berlusconiana si diffonde la sensazione di una battaglia inutile, senza speranza, senza la minima prospettiva strategica. Perché nessuno crede seriamente che basteranno trovate mediatiche come quella di ieri, l`annuncio nel videomessaggio dell`anima gemella, per arginare una marea di fango. In altri momenti sarebbe stato tutto un darsi di gomito, «hai visto Silvio che grande genio della comunicazione? Ha già fatto passare in secondo piano l`inchiesta»; ora invece solo sorrisi a denti stretti, e dubbi («cosa dici, funzionerà?») oppure sarcasmi velati («ma questa donna esiste davvero?»). Tra i collaboratori più intimi del premier non ce n`è uno, uno soltanto, che possa dire: io la conosco, ne ero al corrente. Se Berlusconi voleva tenere il nome della fortunata al
riparo della curiosità (e dei pm), c`è riuscito fin troppo bene. Ma forse l`annuncio è solo un modo per far sapere al mondo: «Ho messo la testa a posto. Tutto quello che leggerete nei prossimi giorni è acqua passata, appartiene al vecchio Silvio che non c`è più, morto e sepolto». E` la prima linea difensiva. La seconda barricata del premier consiste nel negare in via preventiva, nel contestare ancora prima che diventino pubblici i racconti boccacceschi delle ragazze, nel presentarli come vanterie, fanfaluche, bugie da comari, del resto tante se ne dicono al telefono quando mai si penserebbe di venire ascoltati. La terza trincea del premier sta nell`orgogliosa rivendicazione della sua privacy. A chiunque lo chiami, ripete come un vecchio 33 giri in vinile: «In casa mia io ho il sacrosanto diritto di fare quello che credo, guai se si entra nelle camere da letto, se mi va di fare regali li faccio, nessuno può obbligarmi a perquisire le mie ospiti perché non scattino foto». Nel passaggio più scabroso della sua quasi ventennale, carriera, Berlusconi sfodera perfino con gli amici la solita sfrontata sicurezza. Sostiene che l`indagine su Ruby «fa acqua da tutte le parti, manca la prova per incastrarmi». Salvo precipitare poi nel patetico quando sempre in privato confida: «Solo un uomo terribilmente solo, tutto questo succede perché vivo in questa condizione da cinque anni, ogni tanto anch`io sento il bisogno di una festa, desidero vedere gente... Invitavo quelle ragazze per scambiare un rapporto di affetto, con loro sono stato sempre paterno, a una ho fatto imparare l`inglese, un`altra l`ho fatta assumere a Mediaset...». Mai che abbia pronunciato, finora, la parola fatale: dimissioni. Eppure chi gli circola intorno giura che sta bene al centro dei suoi pensieri. Aleggia come uno spettro nella villa di Arcore. Qualcuno comincia a parlarne, sottovoce si capisce. Fa testo il giudizio di un ministro tra i massimi, che naturalmente non vuole essere nominato: «Il danno internazionale è insopportabile. Fosse Berlusconi accusato di violazione dell`articolo 2550 del codice civile, all`estero direbbero che è una storia italiana. Ma in questo caso si parla un linguaggio universale, sesso con una prostituta minorenne, lo capiscono anche in Cina. Tentare difese tecniche o andare in tivù è semplicemente ridicolo». Perfino tra i colonnelli più fedeli si va spargendo il dubbio: non sarebbe preferibile un passo indietro ora, subito, prima che tutto precipiti? L`argomento ha una sua forza seduttiva. Rinunciando a Palazzo Chigi, Berlusconi potrebbe contestualmente indicare un successore, quantomeno condizionare pesantemente la scelta di Napolitano. E poi restare dietro le quinte a difendersi dai processi, a tirare i fili della politica con un potere pur sempre smisurato. I vecchi leader democristiani, quelli immarcescibili, loro sì sapevano quando uscire di scena per ritornare al momento giusto. Tremonti, Alfano, Letta...Nessuno dei tre faticherebbe a trovare appoggi nell`Udc. Specie il primo, sarebbe la migliore garanzia per la Lega. Resistere a oltranza, invece, a che pro? Tra gli strateghi Pdl si fatica a trovare una risposta convinta. Qualcuno (Osvaldo Napoli) scuote la testa: «Qui non si fanno prigionieri, possiamo solo combattere, andrà come dio vuole». I più tacciono, sospirano, fremono e se la cavano con un «aspettiamo di leggere le carte, vediamo che cosa succede». Con un leader «sputtanato» non si può certo correre alle urne, questo risulta chiaro ai gerarchi del Cavaliere. Allora sì che Bossi diventerebbe padrone del Nord... Qualcuno più pessimista si spinge a paventare l`esilio di Bettino nella Tunisia. Anzi, «di questo passo Silvio farà la fine di Ben Ali». La sensazione è che in pochi giorni si consumerà tutto”.
Governo e maggioranza, insomma, come denuncia da tempo il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, sono attorcigliati e bloccati dalla vita privata del premier, mentre il paese avrebbe bisogno di affrontare i notevoli problemi posti dalla globalizzazione, dalla crisi economica e sociale, dalla disoccupazione, dal reddito delle famiglie, dal debito pubblico…..

2. SETTIMANA DECISIVA: FEDERALISMO IN PARLAMENTO. SENZA UN SI’ LA LEGA STACCA LA SPINA AL GOVERNO.
In parlamento questa sarà la settimana decisiva per capire se il Federalismo passa o no: va in discussione infatti il decreto applicativo sulla finanza locale. Il ministro Roberto Calderoli, della Lega nord, ha tentato diverse mediazioni per cercare di avere i voti necessari al varo delle norme contenute nel provvedimento. Il Pd è stato chiaro: “Noi – ha detto il segretario Pier Luigi Bersani – abbiamo la nostra proposta di federalismo, i nostri paletti. Siamo pronti a confrontarsi. Ma non un federalismo se è pasticciato e includente”. Sì al confronto, no al voto su testi che il Pd giudichi in modo negativo.
Sarà un passaggio decisivo, questo del federalismo, anche per il futuro della legislatura. Se la Lega non avrà la certezza di portare a casa un provvedimento che è diventato la sua bandiera, staccherà la spina al governo.

3. FIAT. DOPO IL REFERENDUM, COMINCIA LA BATTAGLIA PER VARARE NUOVE NORME SULLA RAPPRESENTANZA.
Bisogna approvare subito nuove norme sulla rappresentanza sindacale, ha ripetuto anche ieri il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ricordando che su questi temi il Pd ha lavorato a lungo, ha predisposto una proposta nelle sue assemblee nazionali, e una proposta di legge. Dopo l’accordo separato su Mirafiori e il referendum che l’ha confermato sia pure di stretta misura questo passaggio è diventato indispensabile.
La Cgil ha già invitato la Confindustria e gli altri sindacati a confrontarsi su questo tema. Ed ha annunciato che sul diritto di sciopero si potrebbe addirittura sollevare un problema di costituzionalità dell’accordo raggiunto a Torino.
Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, da tempo fautore di una svolta alla Marchionne ha ribadito invece di essere contrario a norme di legge, auspicando la moltiplicazione di accordi sulla scia di Mirafiori e di accordi sulla rappresentanza solo tra le parti sociali.
Nel dibattito sul dopo Mirafiori sta crescendo anche il tema della partecipazioni dei lavoratori o ai profitti (quando ci sono) delle imprese o (modello tedesco) alla gestione.

4. MENTRE L’ITALIA E’ BLOCCATA DALLE AVVENTURE DEL PREMIER IL MONDO CORRE ALLA VELOCITA’ DELLA LUCE: TUNISIA NEL CAOS; MEDIO ORIENTE IN FIBRILLAZIONE; USA E CINA, CHIARIMENTO AL VIA TRA GIGANTI. L’EUROPA STA A GUARDARE, MA INTANTO MERKEL LANCIA IL SUO CANDIDATO PER LA GUIDA DELLA BANCA CENTRALE.
Guerra civile in Tunisia. Dopo la fuga del premier Ben Ali (il cui insediamento molti anni or sono fu favorito dagli italiani) l’esercito sta cercando di controllare gli ultimi reparti fedeli al leader fuggito, ma nel paese è il caos: i ribelli hanno attaccato le residenze di familiari e sodali di Ben Alì, ma il caos ha favorito anche le banche di criminali che hanno colto l’occasione per spadroneggiare nel paese. In Tunisia vi sono molte imprese italiane, a cominciare da colossi come Benetton.
Anche in Algeria, Marocco ed Egitto (in questo caso per motivi religiosi) la tensione è alta. Così come in Medio Oriente, in particolare in Libano, dove traballa la fragile stabilità raggiunta dopo l’ultima guerra civile.
Alle porte dell’Italia, sull’altra sponda del Mediterraneo, stanno cambiando molte cose. L’Italia sarà in ogni caso interessata a tali cambiamenti.
Domani sera una delegazione cinese sarà a Washington per incontrare Barack Obama. E sarà un’incontro storico. Gli Stati Uniti stanno facendo fatica a collocare una massa crescente di titoli di Stato per coprire un debito pubblico in espansione (e se dovessero tagliarlo in modo drastico non potrebbero mantenere consistenti spese per gli investimenti in armamenti, cosa che consente agli Usa di restare la prima potenza mondiale, anche se economicamente insidiata dai nuovi giganti). Per questo hanno bisogno del sostegno cinese sul mercato finanziario (la Cina possiede titoli pari al 21 per cento del debito Usa, per un ammontare di oltre 850 miliardi di dollari). E dei consumi cinesi per esportare di più. Due articoli su La Repubblica (ieri ve ne erano su Il Sole 24 Ore) oggi spiegano bene questo passaggio. Scrive Giampaolo Visetti (l’altro articolo è di Federico Rampini): “Quarant`anni dopo l`avvio delle relazioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti, il presidente Hu Jintao atterra domani a Washington con un`agenda inimmaginabile, rispetto a quella che Mao Zedong presentò a Richard Nixon. Nel 1972 il leader di una nazione fallita chiese esplicitamente all`America un piano di aiuti per salvare 820 milioni di contadini dalla fame. Domani il capo del Paese dei record, che si appresta a salvare e a guidare il mondo in questo secolo, baderà invece a rassicurare la Casa Bianca su una ragionevole lentezza del tramonto Usa. I ruoli non sono ancora invertiti, ma oggi è Barack Obama a dover chiedere alla Cina un programma di salvataggio per gli Stati Uniti e per l`Occidente, cercando di capire non se, ma quando Pechino supererà anche Washington iniziando a controllare il mondo che gli Usa rappresentano”.
La Cina sta intervenendo in questo periodo anche per sostenere l’Europa, come contraltare agli Usa: mentre la speculazione e le grandi banche d’affari statunitensi stanno attaccando ripetutamente gli stati europei e i loro titoli pubblici (perché sono oggettivamente in difficoltà, ma il sospetto è che vi sia anche il tentativo di togliere appeal ai concorrenti dei titoli di Stato Usa), i cinesi stanno acquistato a man bassa titoli emessi dai paesi più deboli dell’euro.
La Germania sta scoprendo le carte in vista del rinnovo dei vertici della Banca centrale europea. La cancelliera Angela Merkel è tornata in questi giorni a sponsorizzare il candidato tedesco, Alex Weber, perché è bravo e perché la Germania vuole avere in mano le leve del comando per imporre all’Europa il suo tipo di rigore. Weber è il principale concorrente dell’italiano Mario Draghi.

Etsi Marchionne non daretur. P. Ichino.


Intervento di Pietro Ichino alla Direzione del Pd di giovedì scorso, che Pierluigi Bersani ha ripreso nelle conclusioni: a riprova che su questa materia il Pd è, in realtà, più unito di quanto sembra.

RIFORMARE LE RELAZIONI INDUSTRIALI...ETSI MARCHIONNE NON DARETUR.

Se fossimo un Paese normale, non ci sarebbe niente di strano o di male nel fatto che ci siano alcuni di noi che si pronunciano a favore del “no” al referendum di Mirafiori e altri che si pronunciano a favore del “sì”. Si tratta del “sì” e del “no” a un accordo sindacale; e in un Paese normale un partito come il nostro che ha tra i suoi principi fondamentali il rispetto dell’autonomia del sindacato si guarderebbe bene dall’interferire nelle scelte relative alla stipulazione di un contratto collettivo. In quel Paese normale ci sarebbe, tra i lavoratori aderenti al Partito democratico, una parte che, considerate meno gravi le ombre nell’accordo e nel piano rispetto al buio pesto in cui ci si troverebbe altrimenti, e ritenendo che tutto sommato Sergio Marchionne fin qui abbia dato buona prova di sé come imprenditore, decide di votare “sì”; un’altra parte che invece decide di votare “no”, ritenendo che i sacrifici superino i benefici, oppure ritenendo inaffidabile un imprenditore che preannuncia “festeggiamenti a Detroit” in caso di bocciatura dell’accordo, oppure ancora ritenendo incompatibili con un’equa ripartizione dei frutti della scommessa comune i compensi milionari che l’Amministratore delegato riserva personalmente a sé stesso anche in riferimento a risultati aziendali di breve termine. Entrambe le scelte sono pienamente ragionevoli; e dovrebbe essere ovvio il pieno diritto di cittadinanza, in un Partito democratico rispettoso dell’autonomia della sfera sindacale, per i sostenitori dell’una come per i sostenitori dell’altra.
Il fatto che, invece, il “sì” e il “no” di Mirafiori assumano una valenza politica tale da costringerci a discuterne in questa sede è l’effetto di una circostanza gravissima che caratterizza oggi il nostro Paese: la sua drammatica chiusura agli investimenti stranieri. Il problema è questo: da quindici anni, nonostante il nostro ingresso nel sistema dell’euro, nessuna altra grande multinazionale è venuta a investire in casa nostra. Con la conseguenza che oggi, di fronte all’aut aut dell’Amministratore delegato della Fiat, i lavoratori sono totalmente privi di alternative. Questo essendo il problema, ciò su cui il Pd deve pronunciarsi in modo chiaro e netto non è tanto il “sì” o il “no” al piano industriale di Marchionne, quanto la diagnosi circa questa malattia mortale del Paese e la terapia necessaria per guarirla.
Insomma, credo che dobbiamo porre al centro della nostra riflessione non Marchionne e il suo piano per la Fiat, ma gli altri 29 Marchionne di cui nessuno parla (poi vi dico perché proprio 29): tutte le grandi multinazionali che potrebbero investire nel nostro Paese e non lo fanno. Vorrei proporvi di discutere delle questioni sollevate dalla vicenda Fiat come se la vicenda Fiat fosse già risolta, in un senso o nell’altro, o non si fosse mai posta. Del problema dell’incapacità del nostro Paese di attirare investimenti stranieri noi dovremmo discutere comunque, … etsi Marchionne non daretur.
La questione è di vitale importanza, perché, per un verso, l’Italia nei prossimi cinque anni deve trovare almeno 40 miliardi ogni anno per adempiere l’obbligo comunitario di ridurre drasticamente il proprio debito pubblico. Sarà un miracolo riuscire a trovarli, attingendo in modo equilibrato a riduzioni di spesa, dismissioni di patrimonio pubblico e – forse – anche un’imposta patrimoniale straordinaria; ma il rischio gravissimo sarà di strangolare, con questa manovra, la nostra economia. Per altro verso, l’unica fonte di risorse per rilanciare lo sviluppo economico del Paese può essere costituita dall’apertura agli investimenti stranieri. Su questo terreno i dati disponibili ci mostrano l’Italia penultima della classe in Europa, per capacità di intercettare gli investimenti nel mercato globale dei capitali (dietro di noi c’è solo la Grecia); e gli stessi dati ci dicono che, se in quella graduatoria l’Italia riuscisse a recuperare il distacco che la separa da un Paese europeo mediano, come l’Olanda, questo le consentirebbe di avere ogni anno un maggior flusso di investimenti stranieri pari al 3,6 per cento del suo Pil: cioè pari a quasi 60 miliardi all’anno (ecco perché parlo degli altri 29 Marchionne: se lui ci propone, per i prossimi dieci anni, 2 miliardi di investimento ogni anno, dobbiamo porci il problema degli altri 29 investimenti analoghi a questo che restano ogni anno fuori dal nostro Paese e che dovremmo invece essere capaci di tirare in casa nostra).
Fino a un anno fa, a chi avvertiva che un contributo determinante alla chiusura dell’Italia è dato dal nostro sistema vischioso e inconcludente delle relazioni industriali, la risposta usuale era quella “benaltrista”: le “vere cause” della chiusura sono i difetti di funzionamento delle amministrazioni pubbliche e delle infrastrutture, i servizi alle imprese troppo cari per mancanza di concorrenza nei rispettivi mercati, la criminalità organizzata. In questa risposta c’era e c’è sicuramente molto di vero. Ora, però, la vicenda Fiat ci dice una cosa diversa: Marchionne non indica come questione cruciale da risolvere per dar corso al suo piano industriale né la nostra burocrazia pubblica, né le nostre infrastrutture difettose, né la criminalità diffusa, bensì essenzialmente la questione dell’effettività ed efficacia del contratto aziendale nei confronti di tutti i lavoratori interessati, in un ordinamento come il nostro che questa effettività ed efficacia oggi non è in grado di assicurare. Non è in grado di assicurarle per due gravi lacune delle regole: in materia di rapporti tra contratti collettivi nazionali e aziendali – la questione dei requisiti e dei limiti per la derogabilità del contratto collettivo nazionale ‑ e in materia di efficacia della clausola di tregua, cioè dell’impegno a non scioperare contro il contratto.
Ancora oggi sono in molti ad affannarsi a dire che i veri ostacoli agli investimenti stranieri sono tutt’altri; ci saranno certamente anche gli altri, ma nel caso Fiat la questione critica è questa: un sistema delle relazioni industriali vischioso e inconcludente, nel quale è difficile negoziare un piano industriale che si discosti dal modello-standard delineato (magari quarant’anni fa) dal contratto collettivo nazionale di settore; e anche quando si è riusciti a negoziarlo non si è affatto sicuri che esso possa davvero funzionare. Ed è molto ragionevole ritenere che questi stessi ostacoli, magari in modo meno evidente di quanto si osserva nel caso Fiat, svolgano un ruolo importante anche nel chiudere l’Italia ai piani industriali di altre grandi multinazionali che potrebbero altrimenti essere interessate a investire da noi.
È dunque di vitale importanza che noi affrontiamo questa questione, non tanto per i due miliardi di investimenti all’anno per 10 anni che ci propone Marchionne, ma per recuperare alla crescita del Paese quei 60 miliardi di investimenti che ogni anno mancano all’appello e che invece potremmo tirare in casa nostra se il nostro Paese funzionasse (non dico come la Finlandia o la Gran Bretagna, ma anche soltanto) come l’Olanda. Investimenti che ci porterebbero non soltanto domanda di lavoro aggiuntiva, con il conseguente aumento delle retribuzioni, ma anche innovazione tecnologica e organizzativa, che significa aumento di produttività, la quale è a sua volta la condizione essenziale per un ulteriore miglioramento delle condizioni di lavoro.
Dovrebbero essere per primi i sindacati a occuparsi del recupero di questo flusso di investimenti a cui noi oggi sistematicamente ci chiudiamo: perché per i lavoratori non c’è protezione più efficace – né di fonte legislativa, né di fonte collettiva – di quella che è data da un mercato del lavoro che offre a tutti un’ampia possibilità di scelta tra aziende diverse, quindi la possibilità di sbattere la porta in faccia al datore di lavoro che ti tratta male, o meno bene di altri, avendo a disposizione molte alternative.
Entro domani, in un modo o nell’altro la vicenda Fiat verrà decisa dal referendum di Mirafiori; ma quest’altra questione trenta volte più importante resterà apertissima. E su questo terreno – molto più che sul “sì” o sul “no” a Mirafiori – il Pd non può esimersi dal dire chiaro ciò che pensa e ciò che propone. Fino a oggi non lo ha fatto con la chiarezza e la tempestività che sarebbero state necessarie.
Il Pd deve dire ciò che pensa, innanzitutto, circa il rapporto tra contratto nazionale e contratti aziendali nello stesso settore. Su questo tema difficile e delicato abbiamo assistito negli ultimi mesi a un vero e proprio fuoco di sbarramento da quella parte del movimento sindacale e della sinistra politica che vede nella regola della rigida inderogabilità del contratto collettivo nazionale una garanzia di protezione dei “diritti fondamentali” dei lavoratori. La difesa dei “diritti fondamentali” è stata invocata anche in riferimento specifico agli accordi di Pomigliano e di Mirafiori; ma, a ben vedere, il motivo vero dell’opposizione a quegli accordi non è costituito dal contenuto delle deroghe in essi contenute al contratto collettivo nazionale: ciò che preoccupa la sinistra sindacale e politica è che con l’ammettere la derogabilità del contratto nazionale ci si collochi su di un piano inclinato, dove “si sa dove si comincia ma non si sa dove si va a finire”. Noi, però, sappiamo benissimo dove l’Italia va a finire se resta ferma, se non ricomincia a crescere; sappiamo anche che per tornare a crescere occorre che il nostro Paese si apra all’innovazione nel processo produttivo; e che l’innovazione – direi quasi “per definizione” – non si presenta quasi mai come fenomeno che investe un intero settore produttivo, bensì come esperimento che interessa una singola azienda e solo in un secondo tempo si estende alle altre. Se dunque, in materia di organizzazione del lavoro, struttura delle retribuzioni, distribuzione degli orari, inquadramento professionale, conserviamo la vecchia regola di rigida inderogabilità del contratto collettivo nazionale di settore, il risultato è una chiusura del sistema all’innovazione in tutti questi campi. Certo, non c’è soltanto l’innovazione buona: c’è anche quella cattiva; ma non possiamo, per paura dell’innovazione cattiva chiuderci anche a quella buona. E per aprirci all’innovazione buona abbiamo bisogno di un sindacato che sappia operare come intelligenza collettiva dei lavoratori nella valutazione dei piani industriali e, se la valutazione è positiva, sappia guidare i lavoratori nella scommessa comune con gli imprenditori su quei piani. A questa idea di sindacato si ispira la riforma del diritto sindacale proposta nel disegno di legge n. 1872 presentato da 55 senatori democratici nel 2009 – ben prima che si aprisse la vertenza Fiat – e che, credo, dobbiamo tutti oggi sostenere con grande determinazione. Non per imporre il modello del “sindacato della scommessa” rispetto a quello tradizionale del “sindacato dei diritti”, ma per garantire la possibilità di un confronto aperto e fluido tra i due modelli; per garantire ai lavoratori una reale possibilità di scelta tra di essi, nelle diverse circostanze e in considerazione della diversa qualità dei piani industriali che vengono loro proposti, nonché della diversa qualità degli imprenditori che li propongono.
Il Pd deve dire chiaramente ciò che pensa, poi, sulla questione che Susanna Camusso ha indicato con l’espressione un po’ sindacalese “esigibilità del contratto”, ma che è più chiaro indicare con l’espressione validità ed efficacia della clausola di tregua, cioè dell’impegno contenuto nell’accordo sindacale a non scioperare contro l’accordo stesso finché esso è in vigore. Oggi in quasi tutti i Paesi dell’occidente industrializzato è pacifico che la clausola di tregua contenuta in un contratto collettivo vincoli tutti i lavoratori cui il contratto stesso si applica. Da noi questa regola è stata introdotta, vent’anni fa, soltanto in riferimento ai servizi pubblici essenziali, mentre per tutti gli altri settori su questa materia è rimasta una lacuna legislativa; ora la vicenda Fiat mostra come sia necessario che questa lacuna venga colmata, perché sia garantita l’effettività dei contratti collettivi. Non soltanto nell’interesse dell’impresa, ma anche nell’interesse dello stesso sindacato e dei lavoratori che esso rappresenta: perché un sindacato che al tavolo delle trattative non può spendere la moneta di scambio di un impegno credibile di tregua è un sindacato privo di potere contrattuale.
La nostra iniziativa per un sistema delle relazioni industriali più aperto ed efficiente deve dunque indicare tra i suoi punti fondamentali la riforma non solo delle regole in materia di rappresentanza nei luoghi di lavoro, ma anche delle regole sulla contrattazione collettiva, ivi compresa la materia della clausola di tregua, perché ne risultino definiti in modo chiaro sia il diritto della coalizione sindacale maggioritaria a negoziare contratti con efficacia vincolante nei confronti di tutti i lavoratori interessati, sia il diritto del sindacato minoritario alla rappresentanza riconosciuta in azienda, anche quando esso ritenga di non dover sottoscrivere il contratto.
Il Pd deve, infine, mobilitarsi con decisione per l’ampliamento degli spazi di partecipazione dei lavoratori nell’impresa. Va ribadito in proposito che la sede ideale per la partecipazione dei lavoratori alle scelte strategiche è l’accordo aziendale sul piano industriale; ma questo non toglie che sia necessario un intervento legislativo per consentire e potenziare tutte le altre possibili forme di trasparenza della gestione, di informazione e controllo sull’andamento della scommessa comune tra lavoratori e imprenditore. A questo tende il disegno di legge sulla “partecipazione” alla cui elaborazione abbiamo dato un contributo decisivo in seno alla Commissione Lavoro del Senato, raggiungendo in proposito anche un accordo con la maggioranza, ma che ciononostante giace ormai da un anno e mezzo, bloccato dal veto del ministro del Lavoro.
Su questi temi, che sono oggetto di un importante documento sulla riforma delle relazioni industriali pubblicato il 29 dicembre scorso da parlamentari di tutte le aree del Pd, mi sembra che l’elaborazione e il dibattito di questi ultimi due anni abbiano creato le condizioni per una convergenza di tutto il Partito democratico: è ora che questa convergenza si traduca in una forte iniziativa politica, nel Paese e in Parlamento.

Bernareggio. Marcia per la Pace e l'integrazione. VIDEO.

Bernareggio, 16/01/11. Ieri partendo dal parcheggio delle scuole elementari, si è svolta patrocinata dal Comune, in occasione della Giornata del Migrante e del Rifugiato e del mese della Pace, la manifestazione “IN MARCIA PER LA PACE E L’INTEGRAZIONE”, organizzata dall’Associazione Mondo a Colori, dal Comitato Pace e Democrazia e dalla Comunità Pastorale di Bernareggio, Villanova, Aicurzio, Sulbiate. La numerosa partecipazione ha sorpreso positivamente gli stessi organizzatori. Presenti all’evento non solo molte famiglie con bambini ma anche tanti giovani e adulti.

L’evento preparato in poco meno di due settimane dimostra che si possono ottenere importanti risultati quando si condividono Valori e obiettivi e si ha volontà e capacità di unirsi e di lavorare insieme.

Di seguito pubblichiamo un breve video scusandoci per la scarsa qualita’ delle immagini. E’ evidente: non siamo professionisti ma dilettanti, in questo caso opportunamente, “armati” solo di buona volonta’.




Testimonianaze:






Il falò.

B. perseguitato, ma generoso, altruista e filantropo...

Foto de L'Unità.

Per Pier Luigi Bersani il videomessaggio di Berlusconi ai Promotori della Liberta e' stato ''uno spettacolo imbarazzante e desolante'' dove il premier ha compiuto ''un'aggressione vergognosa ai Pm. Evidentemente pensa che gli Italiani siano imbecilli'' perche' viene ''negata l' evidenza''. Lo ha detto il leader del Pd al Tg2. (...)

Per il Presidente della Camera, Gianfranco Fini Berlusconi deve andare dai magistrati. (...)

16 gennaio 2011

"Qualcosa di grande che si impone ai sinceri e agli onesti."

Attualità di un "vecchio" pensiero.

"Gli operai della Fiat sono ritornati al lavoro. Tradimento? Rinnegamento delle idealità rivoluzionarie? Gli operai della Fiat sono uomini in carne e ossa. Hanno resistito per un mese. Sapevano di lottare e resistere non solo per sé, non solo per la restante massa operaia torinese, ma per tutta la classe operaia italiana (....) Sapevano di non poter sperare aiuto alcuno dal di fuori sapevano che ormai alla classe operaia italiana erano stati recisi i tendini, sapevano di essere condannati alla sconfitta, eppure hanno resistito per un mese(...) Hanno fatto quanto è dato fare a uomini in carne e ossa; togliamoci il cappello dinanzi alla loro umiliazione, perchè anche in essa è qualcosa di grande, che si impone ai sinceri e agli onesti".

Rassegna Stampa.

Breve rassegna di articoli pubblicati dai giornali in settimana che riguardano questioni locali, del vimercatese, o argomenti trattati in questo blog.
Per ingrandire e leggere fare clic sulle immagini.

Pedemontana Galleria Sulbiate: appello del Sindaco a Formigoni, Podestà, Allevi.
Ns. post correlato.



Buona domenica del 16/01/'11


Buona Domenica del 16/01/'11


15 gennaio 2011

Domani a Bernareggio:"IN MARCIA PER LA PACE E L'INTEGRAZIONE".

Ricordiamo ancora l'appuntamento di domani a Bernareggio. Invitiamo tutti i cittadini a partecipare. Per ingrandire la locandina fare clic sull'immagine.

La nota del mattino del 15/01/'11

Le principali notizie politche del giorno a cura dell'Ufficio Circoli Nazionale del PD.

CON LA DIREZIONE DI GIOVEDI’ 13 GENNAIO IL PD HA FISSATO LA ROTTA.
LA RELAZIONE DI BERSANI. IL DIBATTITO CON DECINE E DECINE DI INTERVENTI.
LE CONCLUSIONI. IL VOTO CON DUE CONTRARI E DUE ASTENUTI.
Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ha fissato nella riunione della direzione nazionale del Pd svoltasi giovedì 13 gennaio la proposta del Pd in una lunga relazione (in fondo alla nota la sintesi in dieci punti) con la quale ha confermato la linea indicata ormai da tempo.
Bersani ha ribadito l’analisi sulla profondità della crisi italiana, che non è solo contingente, ma è il frutto di un declino economico e di un arretramento della democrazia nell’ultimo decennio. Da qui è partito per rilanciare l’idea di proporre al paese, alle forze sociali e alle forze politiche di centrosinistra e di centro una proposta di una riforma repubblicana (di ricostruzione e di rivitalizzazione democratica della Repubblica) e un’alleanza per la crescita e il lavoro: una proposta per affrontare i cambiamenti necessari nei prossimi anni, non per un semplice cambio di governo, e che resterà valida al di là di ciò che può accadere in questo momento; una proposta che vede il Pd elaborare un progetto per la riscossa del paese e lavorare per costruire il superamento del decennio berlusconiano; una proposta che comporta una riflessione sulla democrazia anche all’interno del Pd, sulla forma partito, tema che sarà al centro di una conferenza nazionale con tutti i segretari di circolo entro il 2011.
Nella sua introduzione al dibattito Bersani, prendendo lo spunto dall’analisi sulla gravità della situazione italiana e dalla battaglia che aspetta il partito quest’anno, ha tuttavia chiesto ai dirigenti del partito un’assunzione di responsabilità per evitare che le forze interessate a fermare e frenare il Pd possano utilizzare il dibattito interno. E per questo ha chiesto alla direzione di esprimersi con chiarezza sulla linea politica.
Il presidente del gruppo parlamentare alla Camera, Dario Franceschini, ha chiesto per lo stesso motivo di chiudere i lavori con un voto. E Franco Marini ha reso più esplicita la ragione di questa esigenza nel suo intervento: «Se il segretario non può fare il miracolo di ridurre il numero delle dichiarazioni sulla stampa, allora c’è nella democrazia un solo metodo per indicare ai nostri militanti ed ai nostri quadri che c’è una linea chiara, condivisa dalla grandissima maggioranza del gruppo dirigente, pur nel dibattito e con l’esistenza anche di posizioni di minoranza: il voto».
I lavori della direzione si sono svolti per otto ore, con interventi che il presidente Rosy Bindi ha rigidamente contenuto nei 5 minuti l’uno. Tutti hanno riconosciuto la ricchezza del dibattito e il livello dell’analisi.
Ad esprimersi con insoddisfazione sulla relazione del segretario sono stati alcuni interventi dei dirigenti che si riconoscono nell’area Modem, in particolare Paolo Gentiloni, Giuseppe Fioroni e Marco Minniti, che hanno rivendicato il tema della vocazione maggioritaria con la quale il Pd è andato alle elezioni nel 2008, oltre che una posizione più marcatamente a favore dell’accordo Fiat. Due rappresentanti del Pd in Calabria, contrari al commissariamento del partito. E due parlamentari, Santagata e Zampa, di area prodiana. I membri della direzione che alle primarie si riconobbero nell’area di Marino hanno apprezzato la relazione ma chiesto alcuni espliciti chiarimenti e interventi sui temi dei diritti civili e delle primarie.
Nella replica, il segretario Bersani ha dichiarato la propria soddisfazione per la ricchezza e il livello del confronto. «Noi siamo l’unico partito che ha forze ed idee per unificare l’Italia e dargli una prospettiva di riscossa». Ha ribadito la propria linea: «La proposta mette al centro le nostre idee e da queste parte per offrire al paese, alle forze sociali, alle forze politiche di centrosinistra e di centro perché ciascuno possa assumersi le proprie responsabilità. Non ho capito quali sono le proposte alternativa. Quali sono? In che cosa consistono? D’altra parte, che cos’è questa nostra strategia se non una vocazione maggioritaria?». Sulla Fiat Bersani ha ricordato che è sbagliato prendere posizione come in un derby. E’ una questione complessa ed ha dato ragione ad Ichino sul fatto che, con o senza il caso Fiat, il tema della globalizzazione e del rapporto tra lavoro e democrazia sarebbe esploso. Ha preso alcuni impegni di riflessione comune in vista dei prossimi appuntamenti parlamentari sui temi dei diritti civili, in particolare sul fine vita, ed ha rinnovato il richiamo all’unità del partito. Infine, sul caso di uno scontro nato da una dichiarazione alla stampa di un parlamentare sugli incarichi di partito affidati ad esponenti della minoranza e che aveva spinto Gentiloni e Fioroni a parlare di rimettere il proprio mandato di presidenti dei rispettivi Forum del Pd, Bersani ha detto: «Erano in minoranza anche prima di oggi. Io sono il segretario e non ho mai chiesto o detto nulla. Vedano loro».
In sede di votazione Marco Minniti ha dichiarato che la replica del segretario aveva chiarito molte cose e che dunque i dirigenti che si riconoscono nell’area Modem sarebbero usciti, senza votare, invece di votare contro o di astenersi, come segno di apprezzamento. Michele Meta, per conto dei dirigenti vicini a Ignazio Marino, ha annunciato il voto favorevole.
La relazione del segretario con la linea del partito (la sintesi si può leggere qui di seguito) è stata approvata con soli due voti contro e due voti di astensione.
SINTESI RELAZIONE BERSANI
1. Nei prossimi mesi si deciderà che cosa faremo e saremo in Italia nei prossimi anni. Siamo ad un tornante storico. Per questo le proposte contenute nella relazione tengono conto di tutte le sensibilità presenti nel partito, in uno sforzo di massima unità, ma è opportuno che la direzione concluda i propri lavori con una posizione chiara e con un’assunzione chiara di responsabilità.
2. L’iniziativa politica del Pd che ha portato al voto sulla mozione di sfiducia del 14 dicembre è stata giusta. Certo, Berlusconi non è caduto, ma indiscutibilmente si è indebolito. Ne è uscita non una soluzione di vita, ma di mera sopravvivenza del governo. I problemi che si affacciano di fronte al paese Berlusconi dovrà scioglierli. Ma il presidente del Consiglio lo farà seguendo le ragioni personali, non gli interessi del paese. Potrà tentare uno strappo. Noi non


temiamo le elezioni anticipate. Ma non intendiamo togliergli le castagne dal fuoco: le elezioni anticipate sarebbero la dimostrazione del suo fallimento politico. In questa fase non ci impressionano i giochi tattici. Per esempio quello della Lega Nord sul federalismo: noi abbiamo la nostra proposta sul federalismo. Abbiamo le nostre discriminanti e non accetteremo un federalismo sgangherato e delle nebbie. Naturalmente la vicenda di dicembre ha allargato ulteriormente la divaricazione tra i cittadini e la politica, confermando che la colpa più grave di Berlusconi è di aver deformato l’agenda delle cose da fare: si parla di tutto, fuorché dei problemi degli italiani.
3. E’ da questi problemi che invece deve partire il nostro ragionamento politico, che deve riguardare la proposta da fare al paese ma anche il Pd. La situazione del paese non può essere una giaculatoria, dopo la quale si parla di altro. L’analisi sulla situazione del paese è la base sulla quale poggia la nostra strategia. La situazione del paese è grave e può essere riassunta in pochi dati, a cominciare dal fatto che nell’ultimo decennio il Sud si è drammaticamente allontanato dal Nord e però anche il Nord dell’Italia ha perso rispetto al resto dell’Europa. Basti pensare anche alla finanza pubblica: con un debito pubblico così elevato e una crescita così scarsa è chiaro che correremo rischi, che saremo esposti. La crisi italiana è di fondo, strutturale. Il declino di un decennio, testimoniato da tutti i dati statistici, e i problemi accumulatisi negli ultimi anni nella società italiana non si rimuovono in un mese. Per rimontare ci vorranno anni di impegno. Mettere mano a una strategia di riscossa è dunque un tema che non è ordinario. Se si pensa di essere di fronte ad un problema ordinario sia sul piano della democrazia, sia sul piano economico e sociale, è chiaro che il ragionamento può essere diverso. Oggi invece siamo di fronte ad un tornante ineludibile, profondo, di sistema, un passaggio storico per l’Italia. Il ragionamento deve essere conseguente.
4. Questa situazione viene percepita in modo molecolare nella vita comune, ma si traduce in sfiducia e disaffezione. Certo in Italia ci sono anche forze importanti, positive. Il tema è come metterle in campo. Ma l’idea che basti solo risvegliarle per risolvere il problema non tiene conto della profondità della crisi. E’ un’idea pre-crisi. Oggi le forze vitali del paese hanno bisogno di orientamento e di politiche positive, incisive. Questo sta avvenendo in tutto il mondo. E’ un portato della crisi.
5. Se tutto questo è vero e il paese si trova di fronte ad un tornante in cui sono in gioco il ruolo dell’Italia nella divisione internazionale del lavoro, il welfare, le prospettive delle nuove generazioni, è con autonomia di giudizio e capacità di assumere le proprie responsabilità, come un grande partito riformatore, che il Pd deve presentare un progetto al paese. E’ in atto in questo periodo una campagna di attacco sulle possibilità riformiste dell’opposizione. Da un lato va respinta al mittente, perché negli ultimi quindici anni solo il centrosinistra ha mostrato di essere in grado di apportare riforme. Dall’altro va presa come uno stimolo. La proposta sul progetto del Pd è tutto il contrario di un ragionamento politicista. Si parte da una proposta sui contenuti per affrontare i problemi del paese e lanciare una riscossa dell’Italia. E’ una proposta di sistema basata su due pilastri, una riforma repubblicana e un patto per la crescita e il lavoro. Riforma istituzionale, una riforma delle legge elettorale (doppio turno con quote proporzionali), il federalismo secondo il Pd, una riforma della giustizia perché funzioni per i cittadini, la riduzione dei costi della politica (l’esempio dell’Emilia Romagna può essere utile), la cancellazione delle leggi ad personam e delle leggi a favore della cricca, l’approvazione delle norme sul conflitto di interesse e di nuove norme antitrust per l’informazione, civiltà dell’immigrazione, la riforma della Rai… Ecco che cosa significa riforma repubblicana: un pacchetto di riforme democratiche, per la Repubblica, avendo come punto di riferimento l’Europa e che il posto dell’Italia che è e deve essere in Europa. Stabilità, crescita e lavoro. Il lavoro nella globalizzazione: se è necessario decentrare e flessibilizzare, allora bisogna che l’Italia si dia un modello fatto di regole di partecipazione e che abbia una sponda nelle leggi del paese. Contro la precarietà, contro i sottosalari. Bisogna


distribuire lo sforzo per aumentare la produttività, senza pensare che debbano farlo solo coloro che stanno alla catena di montaggio. E dunque: nuovo patto fiscale; liberalizzazioni; analisi dettagliata e intervento nella spesa pubblica corrente, cosa che il centrosinistra aveva cominciato a fare; politica industriale; economia verde; premi veri, non alla maniera del ministro Gelmini, per incentivare la ricerca; rivisitazione della politica per il Mezzogiorno, selettiva e che salti le intermediazioni amministrative, con diritti di cittadinanza, favorendo la legalità. Su tutti questi interventi e su altri ancora il Pd ha già lavorato nei mesi scorsi. Il lavoro ora va completato mettendoci anche un forte tasso di innovazione. L’assemblea nazionale che si svolgerà il 28 e 29 gennaio a Napoli (la terza dopo quelle di Roma e di Varese) deve essere anche riassuntiva di questo lavoro.
6. Prima viene la predisposizione di un progetto per la riscossa del paese. Questo progetto poi il Pd lo presenterà alle forze sociali e alle forze politiche, per andare non contro Berlusconi, ma oltre Berlusconi. E questo andare oltre ha dentro anche aspetti ricostruttivi e costituenti, dopo la cura subita dall’Italia negli ultimi anni: bisogna riallestire un modello di democrazia non populista e non plebiscitaria. E sui problemi economici e sociali si vede chiara l’esigenza di mettere elementi regolativi: socialità, patto fiscale, patto sociale. Non si ipotizza dunque un cambiamento di governo in una situazione normale, fisiologica. La proposta è di dare vita ad un cambiamento di fondo. Questa tensione costituente e ricostruttiva deve impegnare tutte le forze dell’opposizione che devono responsabilizzarsi se vogliono oltrepassare il berlusconismo, anche forze che hanno tra loro prospettive non collimanti. Noi vogliamo discutere questo progetto sia con le forze di sinistra e di centrosinistra interessate a una reale, stringente e non ambigua prospettiva di governo, sia con le forze di opposizione di centro e che si dichiarino di centro. Ovviamente il Pd non è interessato invece a forze impegnate nella ristrutturazione del centrodestra. Il Pd è interessato a dialogare con forze che abbiano una posizione moderata e che rifiutano la deriva plebiscitaria. Ma attenzione, noi non siamo quelli che bussano alle porte per vedere chi ci fa entrare: la proposta è per il paese, noi diciamo quello che secondo il Pd serve al paese. Alla fine si tireranno le somme, senza venir meno, però, in ogni caso, a questa prospettiva larga e coinvolgente, perché questo tipo di impostazione corrisponde alle necessità poste dai problemi del paese: una impostazione che resterà vera anche a prescindere dalle condizioni contingenti che si verranno a creare. Bisogna avere uno sguardo rivolto al futuro, anche al di là di ciò che accade in un determinato momento. Alle spalle abbiamo una cultura politica che questo ha saputo farlo. Basti pensare ad Aldo Moro, che ragionava sulla terza fase mentre in Italia c’era la strategia della tensione. Il problema del cambiamento non si esaurisce nella fase contingente, è il problema del prossimo decennio. Chi si sottrae a questa responsabilità spieghi, non a noi ma al paese, che cosa altro serve. E’ pensabile per esempio condizionare Berlusconi, sapendo da subito che lui ci porterà inevitabilmente ad una drammatizzazione del bivio costituzionale? Oppure restringere il campo già nella premessa all’idea che sia meglio chiudersi nel campo dei duri e dei puri, lasciando quelli che si ritengono moderati esposti alla sirena del populismo, favorendone lo schieramento dall’altra parte? Lo spieghino al paese. I tempi stringono e bisogna essere chiari. E che bisogna essere chiari riguarda anche il Pd. Tutte le proposte sono perfezionabili e migliorabili. Se si intende contestarle, bisogna presentarne altre e che si capiscano.
7. Fiat. La scelta che avverrà in queste ore è da rispettare. Noi teniamo all’investimento per Torino e per l’Italia. L’accordo prevede condizioni nuove non semplici per l’organizzazione del lavoro, ma su queste decideranno i lavoratori. In questa vicenda ci sono però anche riflessioni ed iniziative che toccano alla politica. A cominciare dalla solitudine estrema in cui si svolge questa scelta che rischia di coinvolgere tutti, mentre il governo o è assente o lavora per favorire soluzioni corporative e arretrate che in altri settori non contribuiscono alla produttività. Basti pensare al ministro della Giustizia che sta facendo fare la riforma delle professioni di fatto agli ordini professionali. Non è giusto che gli sforzi per l’aumento della produttività debbano gravare solo sulle spalle dei lavoratori. Le regole che derivano da


questo accordo non sono inoltre accettabili in termini sistemici. Non è solo questione di Fiat o di Marchionne, è una questione di sistema. Noi dobbiamo introdurre con urgenza nuove regole sulla rappresentanza. Infine è una vergogna l’assenza di una politica industriale e il silenzio totale del governo: le cose non sono chiare, al di là dell’investimento di Mirafiori, su Fabbrica Italia, su quali siano le condizioni della ricerca Fiat in Italia, su quale sia l’esito di altre scelte, per esempio su Termini Imerese. La posizione del Pd è dunque netta e chiara. Anche se il Pd non accetta di ridurre la propria linea a una questione di tifoseria. La vicenda Fiat non è il derby Milan-Inter.
8. Anche da questo punto di vista è necessario un richiamo alla responsabilità del Partito democratico a non offrire sponde e occasioni a chi vuole descrivere il Pd come inservibile, perché diviso. Se è inservibile il Pd è un problema per tutto il paese. Chi gioca con questo tema, scherza con il fuoco. In nome del paese non dobbiamo offrire argomenti e pretesti a chi vuole azzoppare il Pd prima che la corsa cominci. Su questo punto noi non siamo innocenti. Il problema del partito esiste. Entro il 2011 sarà opportuno organizzare una conferenza nazionale sul partito, coinvolgendo tutti i circoli, dove si discutere del partito. E non si discute partendo dalla coda, ma dalla testa, che è il tema stesso della democrazia. Per 20-30 anni in Europa abbiamo vissuto tutti una fase di ridiscussione dei partiti di massa. Dopo di che, come per tutto il resto dei problemi, in Italia abbiamo avuto una vicenda molto particolare. In Europa i partiti hanno avuto problemi, si sono indeboliti. Ma nessuno ha mai pensato di negare la funzione costitutiva dei partiti, che è quella di unificare, di semplificare la complessità, di collegare istanze parziali a una dimensione nazionale, di garantire maggioranze che possono orientare l’azione del governo. Il problema della stabilità non sta nel «capo», ma nella maggioranza: qui in Italia il problema è sempre stato il venir meno della maggioranza, mica l’assenza dei capi. E dunque questa funzione se non la svolge un partito, dato che in politica il vuoto non esiste, la svolgerà una forma di populismo personalizzata, perché la società civile, per quanto nobile ed essenziale, per definizione non è in grado di offrire questa unificazione. Noi possiamo portare dunque all’Europa una certa idea di partito: un partito molto più in comunicazione con gli elettori e i cittadini, un partito intimamente plurale, un partito trasparente, un partito aperto, ma anche un partito che non venga meno a quella funzione che serva al paese. Pd poteva significare «popolo democratico». Noi abbiamo detto «partito democratico». E dunque questo è il Dna. Il resto viene dopo.
9. Sulle primarie, quelle che ci sono si fanno. Nella conferenza sul partito discuteremo anche di questo. Non capisco gli appelli che ricevo a non cancellare le primarie. Non ho mai pensato una cosa del genere. L’idea è di riformarle per preservarle. Lo strumento ha mostrato una sua vitalità ma anche prodotto alcuni problemi, per esempio l’inibizione all’allargamento della coalizione o al coinvolgimento di personalità della società civile. E’ un tema che va affrontato senza sollevare bandiere e senza spirito di tifoseria. Nessuno vuole cancellare le primarie.
10. In conclusione, bisogna fare un richiamo forte ai comportamenti. Si sentono, purtroppo anche in luoghi non periferici del partito, parole non rispettose, parole che non danno l’idea minima di solidarietà, di rispetto e stima reciproca. E anche parole ambigue sulle stesse prospettive del partito. Questo non è accettabile, soprattutto se si pensa al momento che stiamo vivendo: quello che abbiamo di fronte è un anno di combattimento. Se ci si va con questo tipo di linguaggio, ci si va con le mani legate.

Su www.youdem.tv si possono vedere e ascoltare le dichiarazioni rilasciate in proposito ieri mattina dal segretario Pier Luigi Bersani nel corso della conferenza stampa sulle 150 iniziative del Pd per il 150° anniversario dell’unità d’Italia.

Mirafiori referendum: non stravince il SI. Ampio dissenso.


I lavoratori di Mirafiori hanno approvato l'accordo solo con il 54% dei voti favorevoli. Il Referendum che secondo alcune errate previsioni si sarebbe concluso con una maggioranza schiacciante di sì invece si è giocato sino all'ultimo sul filo di lana. Voti favorevoli 2736 (54.05%) voti contrari 2326 (45,95%). Ha partecipato il 96% degli aventi diritto.
In Foto Maurizio Landini della Fiom, il sindacato che insieme ai Cobas non ha firmato l'accordo.


Fassina PD (Adnkronos): ''Il risultato del referendum a Mirafiori va riconosciuto da tutti e deve far riflettere tutti. L'accordo viene giudicato dai lavoratori e dalle lavoratrici irrinunciabile, ma regressivo. In particolare, bocciano l'accordo gli operai piu' esposti all'intensificazione dei ritmi di lavoro''. In questo quadro, secondo Stefano Fassina, responsabile economia e lavoro Pd, ''ora, si devono affrontare i punti piu' controversi''.
''L'azienda faccia la prima mossa: apra un confronto con tutte le rappresentanze sindacali per affrontare un dissenso cosi' ampio ed i tanti "si" cosi' forzati -suggerisce- Non si puo' governare una grande fabrica con la logica del comando e della deterrenza. Infine, il Governo smetta di lavorare ad alimentare il conflitto. Prenda un'iniziativa, convochi le parti e offra un contributo a risolvere i problemi aperti''.


Morgando PD (Adnkronos): ''Il risultato positivo del referendum garantisce l'investimento su Mirafiori e mantiene aperto il futuro industriale di Torino. Si e' trattato di un voto molto sofferto, che dovra' essere analizzato senza trionfalismi e senza forzature di alcun tipo. La decisione deve essere rispettata, comprendendo le ragioni per cui molti operai hanno rifiutato il loro consenso, ma senza contrapporre operai ad impiegati perche', come disse Luciano Lama nel 1980, ''anche i capi sono lavoratori''. Lo dice Gianfranco Morgando, segretario regionale Pd Piemonte.

''Con il loro si', accettando sacrifici non indifferenti, i lavoratori hanno fatto la loro parte -aggiunge-Ora spetta alla Fiat fare la sua. Marchionne in tempi rapidi deve dare certezze sui progetti industriali. Il PD lavorera' affinche' si possa riaprire il confronto sulla rappresentanza sindacale con il coinvolgimento di tutti gli interessati. In attesa di avere presto un governo in grado di occuparsi di politiche industriali e non solo degli scandali del premier''.

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